Magari ci chiedessimo, parafrasando John Kennedy (anche se la frase non era sua, ma sua diventò), quello che possiamo fare noi per la Nazionale. Ripeto: magari. Viceversa, fra lo scorcio storico e lo sconcio tecnico, con le squadre di club fuori dall’Europa - tutte, meno la Roma - siamo qui a domandarci quello che la Nazionale potrà fare per noi. Non giocavano, gli azzurri di Roberto Mancini, dal 18 novembre: 2-0 alla Bosnia a Sarajevo. Il caso vuole che siano tornati in campo proprio nel giorno dedicato a Dante, il sommo poeta che già nel Trecento aveva smascherato l’Italia, di "dolore ostello" e, per la lussuria transitiva degli inquilini, gran "bordello". E contro quell’Irlanda del Nord che nel 1958 ci aveva escluso, clamorosamente, dal Mondiale svedese, il presepe di Pelé e Garrincha. Restò, sul campo, l’unica cocente umiliazione sino all’epifania di Gian Piero Ventura, tradito da un gregge che, pavido, belò dietro ai senzaIbra.

Mancio allenatore-manager

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21/10/2021 A 10:20
Nella classifica Fifa siamo decimi. Nord Irlanda (45a.), Bulgaria (68a.) e Lituania (129a.): tre partite in una settimana verso Qatar 2022, un segno - di quantità, e non certo di qualità - che spiega come il calcio stia scappando di mano ai suoi stessi padroni, dalla Fifa di Gianni Infantino in giù. La pandemia ha seminato panico e raccolto arroganza. Il Mancio è uno dei rari allenatori-manager che abbiamo. Lo era sin da giocatore. Indicava le scelte, l’ultima parola spettava ai dirigenti. In Nazionale, il «mercato» lo fa lui, nel senso che può serenamente esplorare l’intero fronte e servirsi in base ai gusti e alle esigenze. Libero da debiti e procuratori.

Domenico Berardi

Credit Foto Getty Images

Sfide e collaudi

Sfide mondiali, sì, ma pure collaudi in vista dell’Europeo estivo. Un paradosso dettato dal calendario d’emergenza al quale ci ha costretti l’invasione del covid. L’Irlanda del Nord è la terra di George Best e Pat Jennings, un’ala e un portiere, una icona e un simbolo, un romanzo e un album. Il 2-0, se vogliamo, è stato sin troppo severo. Meglio noi nel primo tempo, meglio loro nel secondo: complice la costruzione dal basso che, "via" Manuel Locatelli, qualche problema l’ha creato. 4-3-3 d’ordinanza, e un centrocampo in cui, dopo una letteratura di stenti, non si capisce più chi siano gli sherpa e chi i capi, anche se l’ultima versione di Lorenzo Pellegrini proprio brillante non è e Marco Verratti si faceva cullare dalla palla, invece di dominarla. Mancava Jorginho, Nicolò Barella era in panchina: travi, non pagliuzze.

Bonucci-Chiellini e Berardi

In difesa, riecco la "old firm": Leonardo Bonucci e, soprattutto, Giorgio Chiellini. Che se li coccoli addirittura il ct, significa un avviso di garanzia a noi tromboni. I gol li hanno firmati Domenico Berardi e Ciro Immobile. L’ala del Sassuolo, a 26 anni, sembra toccato dalla grazia. Non più fragile, non più amletico: ha scavalcato Federico Chiesa. Scarpa d’oro di fresca cerimonia, il bomber della Lazio stava attraversando un periodo un po’ così. Il Tardini l’ha scosso e restituito al mestiere che più gli garba.
"Fatti non foste a viver come bruti": Mancini è ripartito da lì. Né inferno né paradiso. Sempre più lontano, però, dalla "selva oscura".
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