«S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo, s’i’ fosse vento, lo tempesterei; s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei». E se invece di Cecco Angiolieri fossi, più banalmente, Gabriele Gravina? Nei panni del presidente federale cosa farei, cosa m’inventerei per uscire dal buco nero del secondo («fu») Mondiale consecutivo? Campioni d’Europa, certo: ma è un’aggravante, non un’attenuante. Tanto per rendere l’idea, vi riporto l’analisi pubblicata il 17 novembre 2017 - proprio qui, su Eurosport - dopo il k.o. inflitto dalla Svezia all’Italia di Gian Piero Ventura. La Svezia, non la Macedonia del Nord, con tutto il rispetto.

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Nel dettaglio: «Per pura curiosità sono corso in archivio a leggere cosa scrivemmo dopo il fiasco mondiale del 2014. A parte la non richiesta delle dimissioni di Abete e Prandelli - perché, a differenza di Tavecchio e Ventura, si erano dimessi loro, con virile dignità - scrivemmo le stessissime cose, esprimemmo gli stessissimi concetti. Tre anni fa, non un secolo fa. Ed è questo il vero problema, ancora più grave perché sempre il solito». Quindi: «In ordine sparso: 1) copiare il modello tedesco (che aveva scalzato il modello spagnolo); 2) ridurre la serie A a 18 squadre; 3) meno politica, più fatti; 4) largo alle seconde squadre, cavallo di battaglia di Albertini (progetto cavalcato esclusivamente dalla Juventus, n.d.a.); 5) più soldi ai vivai; 6) meno stranieri, più «ius soli» sportivo; 7) cambiare lo stile di gioco (Sacchi); 8) identità comune per tutte le Nazionali; 9) riportare le famiglie alle partite; 10) agevolare l’iter per gli stadi di proprietà». George Clooney direbbe: What else? Già, cos’altro? Non sempre la Nazionale è lo specchio della Nazione, ricordava, fra le righe del pezzo, il professor Giovanni De Luna: «L’ultima volta che l’Italia rimase fuori dai Mondiali era il 1958, il Paese era all’apice del boom economico e si apprestava a diventare la quinta potenza industriale nel mondo».
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Detesto protezionismo e proibizionismo. Di conseguenza, nessun limite agli stranieri, anche se molti ne caldeggiano l’adozione. La sentenza Bosman del 15 dicembre 1995 ha stravolto la geografia e i rapporti di forza. Sarebbero auspicabili scelte più oculate e meno ossessive, ma diktat, zero. La ferita più profonda rimane il livello tecnico del nostro calcio, dal quale sono scomparsi i numeri dieci e i centravanti. I primi, per «stragismo» tattico. I secondi, per invasione e occupazione.

Le nuove leve e i maestri

La butto lì: si crescano i ragazzi in libertà, e per aiutarli a dispiegare l’istinto e la fantasia, si riducano drasticamente i campionati giovanili, fino, almeno, al confine del torneo Primavera. Sono proprio i punti in palio a condizionare i precettori: il risultato comincia a fare aggio, troppo presto, sull’allegria, sui gusti, sul diritto all’errore. Capacità d’insegnare, volontà d’imparare: questa è cultura. Poi, a suo tempo, la caccia al successo. Gli oratori erano università aperte alla massa. Le scuole calcio sono enclave a pagamento e, per questo, accessibili a molti ma non a tutti.
Fondamentale resta il ruolo dei maestri. Dovrebbero essere i migliori in assoluto. Spesso, sono dei precari, degli ex frustrati. O comunque, docenti che soffrono l’ombra in cui la missione li costringe, invidiosi degli stipendi che girano altrove. Non la totalità, per fortuna: ma ancora troppi. Il ct è l’ultimo dei problemi. Una classe di dirigenti senza classe, il primo. La dittatura di Internet ha accentuato l’individualismo dei giovani, spingendoli sempre più lontano dagli sport (e dai giochi) di squadra. Mentre il Titanic affonda, si balla al ritmo di un mercato infinito e sfinente, e della Superlega, addirittura. Non abbiamo capito niente.
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