Il 25 maggio del 1953 nascevano Gaetano Scirea e Daniel Passarella. Li legò il ruolo, non il modo di interpretarlo, tanto meno il carattere. Il ruolo e nient’altro. Un pompiere e un piromane. Oggi Passarella compie 67 anni. Scirea li avrebbe compiuti. Signor libero e libero signore, ci lasciò di domenica: il 3 settembre 1989. Successe su una strada polacca, in uno schianto. Aveva 36 anni, era la spalla di Dino Zoff alla Juventus. Lui, Gai, a spiare per la seconda volta (proprio così: una non era bastata) i minatori del Gornik Zabrze, poi affrontati ed eliminati, agevolmente, dalla Coppa Uefa; la squadra a Verona, per la seconda di campionato, 4-1 rotondo e spensierato con doppietta di Totò Schillaci.
I compagni lo seppero all’uscita dell’autostrada, dal casellante. Il Paese, dalla voce di Sandro Ciotti alla «Domenica sportiva». Millenovecentottantanove: gli studenti e i carri armati di Piazza Tienanmen, la caduta del muro di Berlino, la scomparsa di Leonardo Sciascia e Samuel Beckett, la fucilazione di Nicolae Ceausescu in una Romania non più prona.
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Gaetano Scirea ha avuto, da morto, tutto quello che avrebbe meritato da vivo, ma non gli demmo, o gli demmo poco, per quel pudore (suo) che rallentava la frenesia (nostra). I titoli li forniva ai datori di lavoro, non ai giornali. Ci manca, ci manca tanto, perché tutto, in Italia, è cambiato, persino l’ufficio che occupava: non si scrive più "libero", si dice "centrale". Ai suoi tempi non c’era Internet, non c’erano i social: la sua timidezza era una Bastiglia che solo Mariella conquistò per dargli Riccardo, che nella Juventus odierna governa il settore dei match analyst.

Gaetano Scirea

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Se il papà di Felice Gimondi era camionista, il padre di Gaetano lavorava alla Pirelli. Le origini operaie ne hanno forgiato il carattere, schivo e leale. Scirea era di Cernusco sul Naviglio, cintura milanese, una comunità con un debole per i battitori liberi, da Roberto Tricella, suo erede alla Juventus, a Roberto Galbiati, sponda Toro. Giampiero Boniperti lo prelevò dall’Atalanta, Titta Rota, Ilario Castagner e Giulio Corsini erano stati i suoi primi istruttori. Gai giocava a centrocampo, fu Heriberto Herrera - quello del movimiento, nemico giurato di Omar Sivori - ad arretrarlo, a impostarlo da baluardo estremo, o meglio ancora: da regista difensivo.
Venne arruolato per sostituire Billy Salvadore, e ci volle l’infortunio di Luciano Spinosi per spianargli la strada. Allenatore, Carlo Parola; e, subito dopo, Giovanni Trapattoni. Scirea libero, Francesco Morini detto Morgan stopper e via via il resto della filastrocca, da Beppe Furino a baron Causio a Roberto Bettega. Alla Juventus dal 1974 al 1988 ha vinto 7 scudetti, 2 Coppe Italia, 1 Coppa dei Campioni (quella, tragica, dell’Heysel: in qualità di capitano, lesse il drammatico messaggio ai tifosi, «Giochiamo per voi»), 1 Coppa delle Coppe, 1 Coppa Uefa. 1 Supercoppa d’Europa, 1 Intercontinentale. E con la Nazionale di Enzo Bearzot disputò tre Mondiali, laureandosi campione nel 1982.

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Scirea è sempre stato Scirea, in campo e fuori, mai espulso, eppure comandava le barricate, mai un gesto che non fosse normale, quasi noioso. Aveva quel naso a prua che gli indicava la rotta, si sganciava spesso, segnò due gol in un derby ribaltato da 0-2 a 4-2, non snobbava i taccuini: semplicemente, non era così ruffiano, così «figliodi», da intortarli. La riservatezza, a volte, arma il coraggio.
La società gli intitolò una curva dello Stadium, non proprio a sua immagine e somiglianza visti i gusti e le amicizie degli inquilini. Portava a casa tifosi sconosciuti, "sai, Mariella, hanno fatto tanti chilometri per vederci", e a Firenze, un pomeriggio di risse, invitò i belligeranti a piantarla, "Non vi vergognate? Pensate alle vostre mogli, ai vostri figli".
Era così, Gaetano. E dal momento che militava nella Juventus sembrava ancora più alieno, più lontano dai cliché che ci piace distribuire. Solo un pezzo di cronaca, e di carta, lo rese più orgoglioso della carriera, il diploma di maestro che aveva promesso a papà Stefano e mamma Giuditta. Lo conseguì nel 1987, all’Istituto magistrale "Regina Margherita" di Torino. Studiava in salotto, studiava in ritiro, Mariella lo interrogava su Ugo Foscolo e Giovanni Pascoli, come ha raccontato Fabrizio Prisco nel libro "Campioni per sempre". Allo scritto, scelse la traccia di Norberto Bobbio su cosa significhi "cultura". Poi il compito di matematica: una tortura. Quindi gli orali, italiano e scienze naturali: si salvi chi può. Si salvò. Vinse anche lì.

Gaetano Scirea con la maglia della Nazionale

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Come al Bernabeu di Madrid, la sera dell’11 luglio 1982. Andate a rivedervi la trama che annunziò il gol del raddoppio. Altro che manifesto di calcio giurassico, decrepito. Ripassiamola insieme: pressing difensivo di Paolorossi su Paul Breitner, palla a Scirea, a Bruno Conti, di nuovo a Pablito, ancora a Gai. Siamo nell’area tedesca. Tacco (ripeto: tacco, non tocco) di Scirea a Beppe Bergomi, da Bergomi a Scirea, a Marco Tardelli, controllo un po’ così, drop mancino, gol. L’urlo ci fece prigionieri. E per un dettaglio, «quello», dimenticammo la bellezza del quadro.
Dal Messico, nel 1986, Scirea si improvvisò addirittura giornalista per «I Siciliani», valoroso foglio anti-mafia di Claudio Fava. Era un oblò sul mondo, Gaetano, non solo l’ultimo uomo.

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