Versare Pelé in un articolo è come ridurre l’Everest a una macchia di neve. All’anagrafe Edson Arantes do Nascimento. Edson in onore di Thomas Edison, l’inventore della lampadina. Numero dieci. L’indirizzo della fantasia, del genio, dell’assoluto. Cesar Luis Menotti, ex ct dell’Argentina, disse: «Meglio di lui, forse Gesù. E qualche volta Dio».

Pelé of Brazil shankes hands with Diego Maradona of Argentina

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Se Alfredo Di Stefano è stato tutto e Maradona il talento più perverso, più selvaggio, Pelé ha giocato anche in porta: cinque volte, giurano i biografi. I simboli dello sport sono i pronto soccorso di noi guardoni: felicissimi di intasarli, a patto che «non» ci guariscano. Con Pelé eravamo sempre lì. Elevazione, tiro, dribbling, acrobazia, carisma: bussate e vi sarà aperto. Avete presente lo stacco con il quale schiacciò Burgnich nella finale messicana del ‘70? Impressionante.
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Pelé portiere

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Nato il 23 ottobre 1940 a Tres Coraçoes, in principio fu Dico, che non significa nulla, ma a mamma Celeste piaceva. E’ diventato Pelé perché c’era un portiere che si chiamava Bilé. L’assonanza, la stima e l’abitudine portarono al trasloco e alla storpiatura. Ha legato la carriera al Santos, ai Cosmos di New York e, naturalmente, al Brasile, unico bipede a essersi aggiudicato tre Mondiali: 1958, 1962, 1970. I suoi numeri fanno paura: 1.231 gol in 1.313 partite, amichevoli comprese; e poi 77 reti in 92 gare con la «seleçao». In bacheca, tra le pile di scalpi e trofei, due Coppe Libertadores e due Coppe Intercontinentali (1962, 1963).

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«Mi dico di non aver mai visto nulla di simile. Gli dedico epinici. Mi esalto e lo esalto», scrisse Gianni Brera. Pelé: una targa al Maracanà celebra il gol che firmò contro il Fluminense dopo averne dribblati sette, «una nave che faceva slalom fra le onde». Noi europei lo scoprimmo in Svezia, ai Mondiali del 1958. Non aveva ancora 18 anni, era la riserva di José Altafini detto «Mazzola». Vicente Feola, di cui si narrano omeriche ronfate in panchina, lo promosse titolare a furor di spogliatoio (e non solo) dalla terza in poi: un gol al Galles, tre alla Francia, due, in finale, alla Svezia di Hamrin, Liedholm e Skoglund.
Mai sofferto di solitudine, in quel Brasile. C’era Garrincha, c’erano Gilmar, Djalma e Nilton Santos. Soprattutto, c’erano loro: Didì-Vavà-Pelé. Il quartetto Cetra ne cantò, giulivo, le imprese: Tre giocolier di cioccolata/Del verde regno del caffè/ Sono Vavà Didì Pelé».
Sombrero in cima all’avversario e grilletto premuto a palla ancora svolazzante: la specialità della casa. Meglio ancora, una «delle». Altra epoca, altro calcio. La tv era il buco della serratura, i difensori menavano come fabbri, gli arbitri patteggiavano. Uno stiramento lo spinse alla periferia dell’edizione cilena, dove il Brasile vinse comunque grazie (anche) ai servigi del suo vice, Amarildo; i tackle seriali del bulgaro Zecev lo cacciarono dalla tonnara inglese.
Se però devo raccontare e riassumere Pelé in un attimo, non scelgo un gol. Scelgo un quasi gol. Un frammento di Brasile-Uruguay, Mondiali messicani. Il passaggio è di Tostao. Pelé punta Mazurkiewicz. La palla scorre rapida, vogliosa. Pelé non la tocca. La immagina. E gira attorno al portiere, basito, che lo aspetta al varco. La più leggendaria e disumana finta di corpo che ricordi. Non importa l’epilogo (O rei recupera l’equilibrio e, mentre un difensore uruguagio barcolla e crolla, sfiora il montante). Importa l’eresia del gesto. Aver pensato un’idea capace di resistere persino ai centimetri dell’errore. Essere andato oltre le barriere della ragion pura. E mi fermo qui per non cadere nell’apologia di «beato».
Come la rovesciata in «Fuga per la vittoria»: riuscita, dicono, al primo tentativo. Il film è del 1981. John Huston, il regista, non credeva ai suoi occhi. Perché sì, Pelé non è stato solo Pelé. E’ stato attore, ministro dello sport, padre di un figlio tossico, gran marchettaro (del Viagra, addirittura), politicamente vicino al potere. Regime, non fronda. Pulpito, non barricata. Amico di Blatter, non nemico. Il contrario di Maradona.
Molti, quorum ego, gli rinfacciano di non essersi mai sottoposto al «siero» della verità europea. Nel 1966, subito dopo che Inter e Juventus avevano fatto di tutto per adescarlo, la fatal Corea indusse il governo a sigillare le frontiere. Del Pelé «italiano» si rammenta un’amichevole a San Siro, 3-0 per gli azzurri. Non stava bene e, marcato in punta di speroni da Giovanni Trapattoni, tolse il disturbo in mezz’ora. Il Trap gli deve il mito del mediano gentiluomo: lo era già per gli addetti, lo diventò per tutti.
Pelé ha smesso di giocare nel 1977, a New York. L’ultimo atto fu un’americanata: un tempo con la maglia dei Cosmos e uno con il Santos. Lo applaudirono e scortarono in 75 mila. «Love, love, love»: chiuse così, con quello stile hollywoodiano che ha usato spesso per lucidare le miserie dell’infanzia. Lui, 1,72 d’altezza: perla nera, perla rara.

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