Si potrebbe dire una storia di confine, di certo è la prova che non sempre i contrasti finiscono per partorire effetti deleteri. La vita, l’essenza stessa di Franco Baresi, ne è una rappresentazione eloquente. C'è un prima e un dopo, la marcatura a uomo e la marcatura a zona. Ma non solo. Un carattere a due facce. Tanto timido fuori dal campo, quanto determinato e trascinante dentro al terreno dal gioco. Non è doppiezza, è complessità. Generata dal conflitto, dalla contrapposizione. La stessa che, del resto, per i migliori anni della sua carriera lo ha visto fronteggiarsi a distanza con il fratello maggiore Giuseppe. Diverso da lui per storia, appartenenza ed espressione tattica. Passato e futuro, in due parole Franco Baresi.

Da "piscinin" a "kaiser"

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La contrapposizione degli opposti incarnata da Baresi contiene in sé anche una dimensione cronologica. La stessa che rende il difensore del Milan al contempo ragazzo prodigio - ovvero "piscinin" lanciato in prima squadra da Nils Liedholm all'alba dei 18 anni – e kaiser, titolare fino alle 37 primavere. Sempre con la stessa maglia, ma dopo un’autentica trasformazione. Personale e calcistica. Libero di ruolo e introdotto ai misteri della difesa a zona dal vate svedese, il suo destino arriva al bivio nell’estate del 1987. A Milanello arriva Arrigo Sacchi. E il concetto di zona viene portato all’estremo, implementato con la nozione di fuorigioco alto e di pressing estremo. È la contraddizione per antonomasia, l’opposto che si scaglia sul mondo di Baresi e lo mette spalle al muro. Difendersi aggredendo, senza arretrare. Avanzare sempre. Essere padroni del gioco, del campo e della propria sorte. Sempre e comunque, su ogni campo e contro ogni avversario. Agli antipodi della logica italiana, quella che nel ruolo di libero aveva spesso trovato riparo. Lo stesso riparo che, d’incanto, viene negato a Baresi.

Il tentennamento e la rivoluzione

I metodi di Sacchi non andavano giù a Baresi. Non tanto per le chiacchierate VHS di Gianluca Signorini, il libero del Parma a cui - secondo la vulgata - il tecnico di Fusignano gli avrebbe chiesto di ispirarsi. Quanto per la sensazione stridente che quel calcio non avesse nulla a che vedere con quello conosciuto da Baresi negli anni precedenti. Il difensore è sul punto di cedere, si parla addirittura di un suo passaggio ai rivali dell’Inter. Ma, alla fine, l’opposizione di Silvio Berlusconi tiene insieme tutte quelle tensioni. Generando il grande Milan e la rivoluzione sacchiana, quella di cui Baresi diventerà il portavoce in campo. L’uomo incaricato di tenere unita la squadra, di alzare la linea del fuorigioco e di guidare il recupero della palla.
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Razionalità e forza fisica

Baresi e Sacchi prendono per mano il nostro calcio e lo portano nel futuro. Il difensore incarna il ruolo standardizzato dal gioco all'italiana, il libero preposto a coprire i compagni come ultimo baluardo e destinato a iniziare la manovra in virtù di qualità tecniche superiori alla media. Ma, al contrario dei vari Picchi e Scirea, Baresi gioca in linea con i compagni e lo fa in una linea a quattro. Pertanto, quel fisico mingherlino che per poco non gli costò la carriera, si munì di un'armatura da autentico stopper. Forza fisica, velocità e tackle si accompagnavano per la prima volta con una lettura del gioco d'intelligenza superiore, doti di leadership e qualità tecniche. Se la rivoluzione di Sacchi fu possibile, fu soprattutto per quel contrasto creato dal sapore di calcio di una volta vestita di partita in partita da Baresi. Il suo senso per il concreto che lo porterà a sollevare tutte le coppe possibili a parte il Mondiale, ma anche a raggiungere il secondo posto nel Pallone d’Oro 1989.

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