Spulciando la biografia, le interviste e i video di Ralf Rangnick viene da pensare che il 61enne nativo di Backnang, ridente borgo tedesco alle porte della Foresta Nera, abbia vissuto almeno quattro vite in una, sempre più una rarità nel calcio centripeto e monotematico degli ultimi decenni. Ralf è stato uno studente di letteratura inglese alla Sussex University, perdutamente innamorato di Charles Dickens, delle pinte di bionda e del football oltremanica; Ralf è stato un medianaccio nelle serie dilettantistiche teutoniche che passava notti in bianco a guardare le registrazioni del Milan di Sacchi; Ralf è stato un allenatore che ha influenzato e cambiato l'approccio tattico in Bundesliga, tanto che più di un giornalista ha coniato il termine "Rangnickliga" per definire il campionato in corso. E a buon ragione: in avvio di stagione cinque delle prime sei squadre della Serie A tedesca erano guidate da suoi discepoli. Lo è lo stesso Jurgen Klopp, il migliore tecnico in circolazione in questo momento. Infine Ralf è un uomo d'affari, più propriamente è l’Head of Sport and Development Soccer della Red Bull. In italiano: coordina la divisione calcio del colosso austriaco occupandosi di RB Lipsia, New York Red Bulls e RB Brasil, che insieme a Salisburgo, RB Ghana e Fussballclub Liefering compongono il portafoglio di club calcistici della multinazionale austriaca da cui ha preso il nome la famosa bevanda energetica.
Un curriculum da sogno, un mix esplosivo che non può non intrigare le dirigenze di tutto il mondo. Il suo biglietto da visita è una garanzia per obiettivi ambiziosi, la dolce suggestione che il modello allenatore-manager, tanto caro alla Perfida Albione, con i casi portabandiera di Wenger all'Arsenal e Sir Alex allo United, possa essere esportato all'estero. E perchè no anche in Italia. Dopo mesi di corteggiamento il Milan, club quanto mai bisognoso di una guida allo stesso tempo spirituale e razionale che lo riporti agli antichi splendori, ha raggiunto l'accordo totale con Rangnick. Vale la pena, dunque, fare un viaggio tra gli aneddoti, le conquiste e i fallimenti di un personaggio che rispecchia l'evoluzione del calcio moderno, fatto di business e filosofia, immagine e comunicazione controcorrente, Fair play finanziario e modi per aggirarlo. Fatevi avanti, dunque, lorsignori.
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La chiave per la vittoria

Rangnick è considerato un pioniere in patria: quando si è seduto sulla panchina dell'Hoffenheim nel 2006 è stato uno dei primi allenatori a utilizzare l'analisi video. La sua idea di calcio è legata ad un approccio tattico che ha un nome piuttosto cacofonico: "Gegenpressing". Gli inglesi lo chiamano "Counterpressing”, nel Belpaese diremmo “riaggressione”, ovvero il pressing immediatamente successivo alla perdita del possesso. La squadra ideale di Ralf dovrebbe riconquistare la palla entro otto secondi. Il Lipsia, sotto la sua guida, ha segnato il 60% dei suoi gol applicando questa filosofia. Le sue squadre giocano con un ritmo forsennato e cercano sempre la verticalizzazione.

Il soprannome

Lo chiamano "Il professore". Non per gli occhialini, ma per un'ospitata televisiva in diretta nazionale del 1998 in cui, in un abito fastidiosamente largo e con aria spocchiosa, ha scardinato l'architettura tattica tedesca elevando la difesa a 4 come panacea di tutti i mali. Due dettagli: Ralf all'epoca allenava l'Ulm 1846, squadra di seconda divisione, e la Germania giocava con il libero fisso.

Ralf Rangnick ai tempi dello Stoccarda

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L'ossessione per Sacchi, per il colonello Lobanovsky e per... Zeman

Rewind al febbraio del 1983. In un campo di allenamento di provincia a Ostfildern, tra i boschi a sud-est di Stoccarda, la squadra locale di sesta categoria, il Viktoria Backnang gioca un'amichevole contro la Dynamo Kiev di Valeriy Lobanovskyi, che sverna nei climi più miti tedeschi. Per il giovane allenatore-dirigente Rangnick si tratta di un'esperienza rivelatrice, un turning point, per un particolare che ai più potrebbe risultare irrilevante. Quando la palla finisce fuori per una rimessa laterale, Ralf conta i giocatori della Dynamo, pensando che il "Colonello" avesse nascosto un uomo in più in campo. Non l'aveva fatto, ma la ferocia del pressing era tale da pensare che stesse giocando in superiorità numerica. Rangnick la considera la sua epifania calcistica. Così come quando ha confessato di aver passato notti in bianco a guardare le registrazioni del Milan di Sacchi, folgorato dallo stile «di un autodidatta ex venditore di scarpe capace di diventare il migliore". O quando una volta ha costretto la moglie a seguirlo in Trentino per andare ad assistere al ritiro pre-campionato del Foggia di Zeman.

Ralf Rangnick ai tempi del Lipsia in Zweite Liga

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Tre promozioni in Bundesliga partendo dal basso, le divergenze coi presidenti e l'esaurimento nervoso

Con questi modelli nel taccuino e in testa ha portato ben tre squadre dalla terza divisione alla Bundesliga: il già citato Ulm, l'Hannover e l'Hoffenheim, ma si è fatto anche cacciare per due volte. La prima allo Schalke, nel 2005 (dopo essere subentrato ad Heynckes un anno prima). Le modalità, anche in questo caso, non hanno niente a che fare con la liturgia tradizionale. Nonostante avesse battuto il Mainz 1-0, Rangnicke decise di estendere la questione al giudizio dei tifosi, improvvisando un giro d'onore a fine partita per tastare quale fosse il loro pensiero dopo che la società tedesca gli aveva firmato la lettera di dimissione per la fine della stagione. Risultato? Tre giorni dopo venne esonerato.
Non lo rifarei, manterrei le mie posizioni, ma quella corsa sotto la curva potevo risparmiarmela.
All'Hoffenheim si è contenuto. Quando la dirigenza ha ceduto Luiz Gustavo al Bayern Monaco senza degnarsi nemmeno di avvertirlo, il Professore se ne è andato in silenzio. Silenzio che ha contraddistinto il triennio 2012-2014 quando si concesse un pausa dal calcio per riprendersi dall'esaurimento nervoso che l'aveva colpito nel 2011, costringendolo a lasciare a metà la sua seconda esperienza allo Schalke.

Ralf Rangnick con Raul in Inter-Schalke a San Siro

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La semifinale di Champions del 2011

Ralf Rangnick è anche il tecnico che ha guidato lo Schalke 04 a una storica semifinale di Champions League nel 2011, eliminando l'Inter reduce dal Triplete con un imbarazzante 5-2 a San Siro, nonostante il gol di Stankovic da centrocampo dopo trenta secondi. Un motivo in più per entrare nei cuori dei tifosi rossoneri.

La "ruota della (s)fortuna"

Nella sua ultima esperienza al Lipsia, ha inventato un bizzarro metodo per farsi rispettare nello spogliatoio. Un'uscita degna del miglior Marcelo Bielsa. Per far sì che venissero rispettati tutti i suoi diktat ha installato una "ruota" con un tutti i compiti da assolvere in caso di inadempienza del malcapitato. Si passa dal banale "Gonfiare i palloni, portarli in campo e pulirli" al ben peggiore "Indossare un tutù in allenamento", dall'"Allenare un elemento delle giovanili in un giorno libero" al "Lavorare come commesso allo store ufficiale". Essere allenatore-manager significa anche fare "spending review", no?
L'esperienza mi ha anche insegnato che i giocatori hanno bisogno di regole chiare, ma non basta dire loro cosa non possono fare e devono fare. Una volta che smetti di capirli, di comprendere le loro paure e loro aspirazioni, smetti di gestirli. Credo che sia mio dovere aiutarli ad affrontare tutte le tentazioni e la finta realtà che affrontano i giovani che si ritrovano da un momento all'altro una quantità smisurata di soldi. (Rangnick a The Coaches' Voice).

L'amore per l'Inghilterra

Nel 1979 da studente grande amante della produzione Dickensiana, rifiutò un anno negli Stati Uniti per vivere come ospite presso una famiglia di Brighton per studiare alla Sussex University. Fece il baby-sitter e in quattro mesi imparò l'inglese alla perfezione. Al college ebbe anche un primo assaggio del football oltremanica: nel centrocampo del Southwick nella Sussex County League, il suo debutto registrò tre costole rotte, un polmone perforato e quasi un mese all'ospedale di Chichester.
Ricordo di essere andato al Goldstone Ground e di aver visto il Brighton perdere 4-1 contro il Liverpool. I tifosi del Brighton cantavano: "Seagulls! Seagulls!" nonostante il risultato. E quelli del Liverpool hanno risposto: "Alghe! Siete solo delle Alghe" E' stata una delle esperienze più belle della mia vita.
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Scopritore di talenti e continuità con Klopp

Joel Matip (Schalke), Roberto Firmino (Hoffenheim), Naby Keita e Sadio Mané (Salisburgo) sono giusto giusto quattro campioni d'Europa allenati e scoperti da Ralf Rangnick.
Sicuramente non è una coincidenza che Klopp abbia in rosa quattro ragazzi che hanno lavorato con me. È una dimostrazione che sta cercando lo stesso tipo di giocatori, con le stesse risorse, con la stessa mentalità. In effetti il nostro stile è molto simile: le mie squadre e quelle di Jurgen vogliono determinare il contesto attraverso la pressione alta, la contropressione in transizione; una volta recuperata palla, poi, non vogliamo perdere tempo con passaggi arretrati oppure orizzontali.
Tyler Adams, Matheus Cunha, Emil Forsberg, Amadou Haidara, Willi Orban, Yussuf Poulsen, Timo Werner: è invece l'elenco delle acquisizioni di Ralf da dirigente del Lipsia. Il denominatore comune? Il talento cristallino e l'età: meno di 24 anni. In linea con il Gazidis pensiero, no?

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