Samuel Eto’o ha parlato alla Gazzetta dello Sport raccontando gli anni passati all’Inter e svelando qualche retroscena. All’ombra del Duomo ha vinto uno Scudetto, due Coppe Italia, una Supercoppa Italiana, un Mondiale per Club e soprattutto quella Champions League che tutto il popolo di fede interista aspettava da decenni.

Interista

Se sei interista una volta, morirai interista. Non c’è un motivo e questa cosa non può cambiare: è così e basta. Mourinho mi convinse in modo semplice: mi mandò la maglia numero 9 dell’Inter e mi scrisse è tua, ti aspetta
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Ingaggio

"C’era una differenza importante tra l’ingaggio offerto dall’Inter e quello che chiedevo io. Allora, al tavolo ho stupito tutti. Ho detto ‘trasformiamo la parte mancante in bonus di squadra, se vinciamo la Champions entro 2 anni’. 10 mesi dopo eravamo campioni d’Europa".

Sulley Muntari e Samuel Eto'o festeggiano la vittoria nella finale di Champions League del 2010 tra Inter e Bayern Monaco (Getty Images)

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Il messaggio decisivo di Materazzi

"Fu con quello che sarebbe diventato mio fratello Marco. La storia del suo SMS si conosce: un certo Materazzi mi scrive 'Se vieni tu all’Inter vinciamo tutto', non ho quel numero in rubrica e chiedo ad Albertini: 'E’ suo?'. Era il suo. Una cosa del genere non mi era mai successa in tutta la carriera: quel messaggio ha avuto un grande peso nella mia scelta. E ha fatto nascere una grande amicizia".

Moratti

"Il presidente mi chiamò poco dopo e in un francese perfetto mi disse: 'Eto’o, si fidi: lei all’Inter si troverà benissimo, diventerà come casa sua'. Aveva ragione".

Terzino a Barcellona

"Terzino puro solo a Barcellona, ma quella fu un’emergenza. E comunque ciò che pensai quella sera in realtà fu il mio pensiero di tutto l’anno. Quando fu espulso Thiago Motta, Mourinho chiamò me e Zanetti, ci spiegò come metterci in campo: non avevo neanche il tempo di riflettere su quanto avrei dovuto correre stando sulla fascia, mi dissi solo: 'Dai tutto e vedremo alla fine'. E alla fine eravamo in finale".

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Il gol a Londra

"Di quella notte ricorderò per sempre due cose. Il discorso di Mourinho prima della partita: 'Nessuna squadra che ho allenato può battermi'. Entrammo in campo con una determinazione diversa: non giocavamo solo per noi, ma anche per l’allenatore. E poi lo stop che feci prima di segnare, la palla scendeva e mi dissi: 'Se lo fai bene, poi segni facile'. Ce l’ho ancora qui negli occhi, quel controllo".

Il discorso in finale

"Non fu lungo, dissi semplicemente: 'Una finale non si gioca, si vince. O moriamo in campo e portiamo la coppa a Milano, o moriamo perché a Milano non ci torniamo. Quindi vediamo di tornarci, e di portarci la coppa'".

Il match con il Bayern

"Sul secondo gol di Diego Milito ero lì, ma quando segnò alzai le braccia come se l'avessi fatto io: la cosa che doveva essere uguale alle altre due finali era portare a casa la coppa, non fare gol".

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Il desiderio di tornare dopo due stagioni all'Anzhi

"Non so se ci sia mai stata una chance concreta, ma avevo espresso il desiderio di tornare: sarebbe stato molto bello".

Il Triplete all'Inter dopo quello con il Barcellona

"Molto diverso: l’Inter cercava la coppa dei campioni da 45 anni: arrivare in una piazza così speciale e così affamata e vincerla subito mi sembrò un’impresa unica, un sogno".
Alzo la coppa verso il cielo e non ci sono solo le mie mani a tenerla: è un flash, ci vedo anche le mani di milioni di tifosi dell’inter, che la tirano su assieme a me

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