La vittoria di Roberto Baggio nella prima edizione dell'Eurosport Cup la scorsa primavera era stata un infinitesimale raggio di luce nell'ora buia. Oggi è il 18 febbraio, compleanno del Divin Codino nazionale nonché "Natale" per la popolarissima pagina Facebook Operazione Nostalgia: il vostro umile scribacchino, nato negli Anni 80, non considera blasfema tale trovata. Nonostante le sue prodezze facciano registrare su YouTube appena un decimo delle visualizzazioni delle goal collection di Messi o Cristiano Ronaldo nessuno, deo gratias, si è dimenticato di lui; anche i più giovani, pur non avendo vissuto in presa diretta la sua epoca, sono in grado di riconoscere la classe cristallina e senza tempo del fu Divin Codino. Chi è stato, dunque, il Roberto Baggio calciatore? Per rispondere a questa domanda ci avventuriamo in un racconto per diapositive, a cominciare dalle istantanee di un’afosa estate nord americana di 27 anni fa.

"Converge Roberto"

Calcio
Baggio: "Io in bici con papà per vedere Paolo Rossi"
11/12/2020 A 08:41
A prescindere dalla fede calcistica, Roberto Baggio ha rappresentato per ogni italiano il Calcio, quello con la “C” maiuscola: una sorta di patrimonio nazionale cui tributare amore incondizionato. Questo connubio si è cementato a partire dai giorni del sogno di USA ’94. La parabola del Divin Codino in quel Mondiale americano è emblematica della sua intera traiettoria nel calcio. 88esimo minuto dell’ottavo di finale tra Italia e Nigeria, Foxboro Stadium di Boston: i nostri avversari conducono per 1-0 e sin lì il Campionato del Mondo di Baggio, l’uomo più atteso alla vigilia, è stato disastroso; ampiamente insufficiente contro Irlanda e Messico, sacrificato da Sacchi contro la Norvegia dopo l’espulsione di Pagliuca, un fantasma contro la Nigeria. A due minuti dalla fine, sul cross dalla destra di Mussi, si materializza l'epifania: con un chirurgico diagonale rasoterra firma il pari e da lì in poi prende per mano Italia e italiani e li conduce a un’insperata finale. Il gol in zona Cesarini nel quarto contro la Spagna e i due gol in semifinale contro la Bulgaria sono Beni Italiani Unesco e poco importa se l’epilogo sia nefasto: la storia è stata clemente e le sue perle di rara bellezza non sono cadute nel dimenticatoio, perché il viaggio ha contato di più della destinazione.
Si fa vedere Roberto, si gira bene, converge, la palla è sul destro… E c’è un grandissimo gol da parte di Roberto Baggio! (Bruno Pizzul commenta il gol dell’1-0 in Italia-Bulgaria)

La resilienza: cadute e risalite

Baggio lo abbiamo amato più di tutti perché lo abbiamo visto cadere rovinosamente e poi rialzarsi. Ogni maledetta volta. Roberto Baggio come Marco Pantani o Hermann Maier: personaggi la cui viscerale passione per lo sport ha consentito loro di spingersi oltre le soglie del dolore, recuperando da tremendi infortuni multipli che per la stra grande maggioranza degli atleti “normali” avrebbero sancito l’inesorabile capolinea.
L'atteggiamento di fondo della mia vita è stata la passione. Per realizzare i miei sogni ho agito spinto dalla passione, che è una forza straordinaria, muove ogni cosa (Roberto Baggio)
La carriera di Baggio è cominciata proprio con un infortunio, quando ancora militava nel Vicenza: è la primavera del 1985 e nella sfida contro il Rimini di Arrigo Sacchi al ragazzo prodigio di Caldogno partono crociato anteriore, capsula, menisco e collaterale della gamba destra; per ricucire la ferita da operazione serviranno 220 punti di sutura interni. Quel ginocchio gli darà il tormento per tutti gli anni a venire, ma a ogni caduta corrisponderà, puntuale, una risalita. Recupera a tempo record anche dalla rottura del legamento crociato del ginocchio sinistro nel 2002, a 35 anni suonati, ma nonostante una campagna mediatica e una sollevazione popolare senza precedenti Giovani Trapattoni non se la sente di regalargli il Mondiale di Giappone e Corea.

Baggio artista di provincia

Al pari di quella di un artista d’avanguardia, la carriera di Baggio può essere scomposta in più periodi: il golden boy vicentino, il beniamino della Curva Fiesole, il Raffaello bianconero, il genio incompreso a Milano e così via; i periodi più densi di significato, tuttavia, sono forse quelli vissuti in provincia, dove Roberto Baggio si era rifugiato in momenti storici non proprio idiliaci per lui. Quanto era dura la vita del fantasista ai tempi delle derive post sacchiane del 4-4-2, modulo spesso e volentieri interpretato come un dogma incontrovertibile.
Libero da fardelli insostenibili, il Baggio di provincia ha messo d'accordo proprio tutti. In un’unica, indimenticabile, stagione al Bologna autografa 23 gol regalando ai felsinei la qualificazione alla Coppa Intertoto e nobilitando le domeniche del tifoso d’eccezione Cesare Cremonini (che a lui dedicherà un passaggio dell’incantevole Marmellata #25); di gol ne mette a segno ben 46 nelle quattro sfolgoranti stagioni al Brescia, quando al Rigamonti poteva duettare con Pep Guardiola, Luca Toni, Gigi Di Biagio e un imberbe Andrea Pirlo. È proprio dai piedi dell'enfant du pays bresciano che, in un memorabile Juventus-Brescia, parte il vellutato lancio da centrocampo addomesticato con celestiale controllo a seguire da Roberto Baggio, libero poi di insaccare a porta vuota a van der Sar ormai fuori causa. Tocchi di palla di un nitore disarmante, manifestazioni di una classe unica e innata.

Il più amato

Baggio lo abbiamo amato perché ha raccolto meno di quanto avrebbe potuto, schivando cicli vincenti e bisticciando con allenatori pluridecorati. Nel suo palmares campeggiano “solo” due campionati, una Coppa Italia e due Coppe UEFA: nessun titolo con la Nazionale, di Champions League nemmeno l'ombra. Roberto Baggio come eroe mortale e per questo più umano e avvicinabile, principe dei ragionamenti controfattuali. Già, e se quella splendida girata volante di destro su suggerimento di Albertini avesse centrato il bersaglio grosso nel supplementare di Francia-Italia, quarto di finale mondiale nel 1998, invece di venire soffiata via da una folata di vento parigino proprio quando era sul punto d’infilarsi in rete? La sua storia, la nostra storia, sarebbero cambiate? Chi ha vissuto il suo tempo, tuttavia, sa che i “se” e i “ma” stanno a zero: lo si è amato e si continua ad amarlo senza condizioni.
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