Da tempo le dirette Instagram di Bobo Vieri pullulano di grandi campioni del calcio che fu. Ronaldo, Totti, Cassano, Zanetti, Maldini… Quelli che paiono nomi irraggiungibili per qualsiasi giornalista, sono dei semplici contatti nella folta rubrica a disposizione di Vieri: basta uno squillo per entrare nelle loro case e avviare un dialogo più simile a una chiacchierata tra amici che un’intervista formale.
Ultimo ospite di Bobo è stato Andriy Shevchenko, indimenticabile punta milanista. In diretta dai loro smartphone, i due hanno ricordato quegli anni in cui l’Italia era considerata il palcoscenico d’eccellenza del calcio, quel periodo d’oro della Serie A che ebbero la fortuna di vivere da protagonisti; tutto questo in un intruglio nostalgico di sogni – il Pallone d’Oro di Sheva – e incubi – la notte di Istanbul.
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La gloria europea del Milan di Shevchenko va considerata come il frutto della competizione ad altissimi livelli che si respirava ogni domenica in Serie A:
C'erano almeno 6-7 squadre che potevano vincere il campionato, tutte forti. C'erano tanti campioni, tanti calciatori importanti. La Lazio era forte, poi c'erano Inter, Juve, Milan, la Roma che era una bella squadra, la Fiorentina che aveva Rui Costa e Batistuta. C'era Ronaldo il Fenomeno, giocatore pazzesco.
Il 2004 fu un anno indimenticabile, culminato con la vittoria del Pallone d’Oro:
Quello per me è stato l'anno perfetto. Il Milan giocava un calcio incredibile, aveva tanti campioni ed era la società migliore del mondo. Poi quell'anno andò bene anche con l'Ucraina, eravamo primi nel girone di qualificazione per i Mondiali 2006 e ricordo una vittoria per 3-0 in Turchia dove segnai una doppietta.
Assieme ai suoi compagni, Sheva ha condiviso gioie e delusioni; ricorda tutti con affetto, ma ad uno di loro serba una dedica speciale, una dedica obbligata dall’evidenza del talento:
Il giocatore che più mi ha impressionato al Milan è stato Kakà: era giovanissimo, ma ogni cosa che faceva in campo era perfetta. Dal primo allenamento l'ho guardato e mi sono detto: è impossibile che sia così forte. Ogni cosa che faceva in campo era perfetta. La sua dote migliore? Portava palla, si fermava e guardava l'attaccante, sempre. Lo ha fatto sin dal primo giorno che è arrivato: non doveva adattarsi al calcio italiano, si è inserito subito. Ricky è un grande.
Ci sono certi giorni però, in cui alcuni fantasmi tornano da Sheva.Quando Vieri gli chiede di ricordare quella maledetta serata in Turchia, lui non nasconde l’amarezza. Il Liverpool realizzò una rimonta paranormale, di cui il popolo rossonero ancora oggi non si capacita. Nella memoria di Andriy è rimasta ancora impressa quella doppia, impossibile parata di Dudek che negò il 4-3 rossonero al 117’.
Ancora in questo momento non riesco a guardare la parata che Dudek mi ha fatto nella finale di Istanbul del 2005. Un paio di mesi fa l'Uefa in un filmato celebrativo ha postato su Instagram la parata di Dudek. Quando la vedo, cambio subito, butto il telefono. Mi dico: basta, basta.
Eppure Sheva si consola, il calcio è pur sempre una comunità in cui campioni condividono assieme il peso delle sconfitte e la leggerezza delle vittorie:
Dimmi se conosci un vero campione che nella vita non ha affrontato una vera delusione? Non esiste. Questo è il bello, nello sport e nella vita. Siamo forti, dobbiamo rialzarci e andare avanti. Per questo siamo vivi.
Oggi Shevchenko è impegnato come allenatore della nazionale ucraina, e ricorda come se fosse ieri la delicata transizione dall’area di rigore alla panchina:
Quando ho smesso ho provato a fare qualcosa di diverso, ho studiato da allenatore conseguendo tutti i patentini. Mi sono divertito a giocare amichevoli con miei ex compagni, è stato un passaggio tranquillo.

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