Si dice che si entri nel mito quando le imprese portate a termine in un determinato ambito superino i confini e diventino cultura popolare. Di esempi ce ne sono molteplici, più o meno ampi, in tutte le discipline e spalmate in diverse epoche sportive. E a Napoli, Maurizio Sarri, era riuscito a sfociare al di là del calcio, pur non vincendo nulla. Sulle note di Nasta, più conosciuto poi al grande pubblico semplicemente come Anastasio, in ‘Come Maurizio Sarri’ il tecnico si era fatto eroe moderno di un ideale; comandante di una rivoluzione da contrapporre al calcio delle multinazionali e dei miliardi con una semplice ricetta: la bellezza.
Una figura nata sull’estetica di una squadra che seppur per un periodo relativamente breve aveva dato la sensazione di poter riuscire in tutto; dal portar via uno Scudetto ai potenti della Juventus fino a spaventare – per i primi 45 minuti del ritorno come nessun altro nell’arco di 3 edizioni della Champions League – i super-potenti del Real Madrid (poi campione di tutto con Zinedine Zidane). Sfumate, illusorie. Certamente bellissime. E forse, nel loro fallimento, imprese ancor più funzionali a quel ruolo romantico nella narrativa della costruzione del mito. Mito certamente necessario per catturare l’interesse proprio dell’altra parte della barricata, che dopo la ‘depurazione’ di un anno all’estero – condito da una gradita vittoria europea – ne aveva fatto suo il credo.
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In un verso decisamente profetico, il ‘come Maurizio Sarri’ di Nasta l’aveva quasi previsto:
Le rivoluzioni non le fa la bellezza
Però c’ho una certezza
Verrà il giorno che ne avranno bisogno
Un giorno arrivato quasi in maniera più rapida del previsto. La fine di un ciclo vittorioso e l’inizio di un progetto di marketing ben più ampio di cui abbiamo già avuto il modo di scrivere (qui il link); e Maurizio Sarri si è ritrovato dall’altra parte della barricata. La barba un po’ meno sfatta, la tuta trasformatasi in una più sobria polo blu a maniche lunghe priva di loghi o sponsor; in un tentativo di adattamento al più consono stile austero richiesto della neo-posizione in terra sabauda. Ma a Torino, più austero, è diventato anche il calcio di Sarri, che nella sua prima stagione alla Juventus è riuscito in qualche modo nell’impresa non facile di vincere e scontentare tutti:
  • I napoletani che speravano fallisse; ha vinto.
  • Gli juventini che volevano il bel gioco; ci è riuscito solo in rari sprazzi.
  • Le vedove di Massimiliano Allegri; ha vinto di corto muso, prerogativa che alcuni pensavano fosse solo del tecnico livornese.
Eh già, “povero Sarri”, verrebbe quasi da dire. Personaggio talmente 'contro' da finire in discussione anche nel primo grande trionfo della carriera; in un’annata per giunta falcidiata dal più imponderabile degli eventi globali.

Maurizio Sarri

Credit Foto Getty Images

Messo in saccoccia uno Scudetto comunque ampiamente meritato, perché chi arriva davanti, ci insegnano proprio alla Juventus, ha sempre ragione; il processo di valutazione del piano-Sarri rimarrà paradossalmente ancora legato a quella narrazione partenopea. Perché di quella rivoluzione si è visto solo qualche sporadico moto; perché di quella bellezza ne hanno goduto solo in qualche volatile istante; e perché per mantenere quel posto a lungo, in terra sabauda, Maurizio Sarri avrà comunque bisogno di più di quanto fatto vedere in questo primo suo importante successo italiano.
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Un ‘di più’ quantificabile in oggettistica di cui fa omaggio la UEFA a chi fa sua una competizione che a Torino non vincono da 24 anni; oppure un ‘di più’ di quella bellezza richiesta per conquistare le platee del mondo. Servirà ‘un più’ di carisma anche nella gestione del gruppo, andando in contro persino a qualche scelta impopolare come potrebbe essere il pensionamento di Bonucci e Chiellini per alzare il baricentro della sua Juventus di almeno 10 metri; o qualche panchina anche a sua Maestà Ronaldo quando ne sarà necessario.
Già, perché in questo vittorioso primo anno a Torino, di quel Sarri spavaldo e rivoluzionario diventato cultura pop è mancata un po’ di sfacciataggine; in un adattamento allo stile sabaudo che, questo sì, paradossalmente, potrebbe alla lunga rischiare davvero di fargli gioco contro.

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