E’ difficile entrare nella testa di Andrea Agnelli: ad agosto licenziò, sbagliando, Maurizio Sarri e reclutò, rischiando, il tecnico che aveva appena designato per la Under 23, Andrea Pirlo. Gavetta zero. Non pago, ha aderito a una faraonica Superlega contro la quale l’Uefa ha dichiarato guerra a tutti i livelli; e che una fetta robusta della stessa Eca (European Club Association), di cui proprio Agnelli era presidente fino alle dimissioni legate al colpo di Stato, non gradisce. «Atto criminale», hanno scritto in Inghilterra. La pandemia ha falciato i bilanci, ma c’è modo e modo di affrontare i problemi. E risolverli. Questo mi sembra, francamente, troppo da ricchi: e, dunque, anti-democratico. Se Florentino Perez accelera, Andrea freni e scenda. Il diritto sportivo non va massacrato.

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I cicli finiscono anche così, per delirio di onnipotenza. Una stagione fa, la Juventus di Sarri vinse a Bergamo 3-1 una partita che, al momento dell’1-1, l’Atalanta avrebbe dovuto condurre con almeno due gol di scarto. Ieri, la Juventus di Pirlo ne ha persa una che avrebbe meritato di pareggiare. E l’ha persa all’87’. Dalla carambola di Toloi sul sinistro di Gonzalo Higuain al flipper di Alex Sandro sul mancino di Ruslan Malinovskyi: gli dei e la Dea danno, gli dei e la Dea prendono. Rimane la sentenza, pesante: quinta sconfitta e zona Champions a fortissimo rischio (ammesso che in sede interessi a qualcuno).
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Stiamo parlando della Tiranna dei nove scudetti. Si può scendere dal podio più alto; non si dovrebbe, in compenso, scivolare da quello più basso. I segni dei tempi sono tanti. Una volta era Madama a vincere con i cambi, oggi sono gli sfidanti: penso al Malinovskyi di cui sopra e a Josip Ilicic, non ancora al massimo ma non più al minimo, opposti all’Arthur attuale, un «postino» che l’errore fatale con il Benevento ha letteralmente frastornato.
C’è poi l’impressione che la Juventus, «questa» Juventus, più di quello che ha fatto non possa fare; e aver costretto la «belva» di Gian Piero Gasperini a un atteggiamento che nel Novecento avremmo definito «accorto», non basta a lenire le ferite delle premesse, delle promesse, della classifica.

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Mancava Cristiano Ronaldo: come si sapeva quando venne arruolato, è lui che, a torto o a ragione, chiede ai flessori delle sue brame se, quando e con chi giocare. E nella ripresa è uscito persino Federico Chiesa. Gli orfani di Cierre hanno offerto, sì, una manovra più «comunista», ma vi raccomando il peso (piuma) dell’attacco: non ricordo che un paio di forchettate di Alvaro Morata, sbranato da José Luis Palomino. Tornava titolare Paulo Dybala, subito in versione «tuttocampista». Non sarebbe stato il caso di avvicinarlo un po’ più allo porta? Fra i migliori, come sempre, Juan Cuadrado. Il regista occulto.
Ricapitolando: se la Juventus non doma neppure le ordalie che gestisce senza cali, figuriamoci le altre. Non discuto i «refusi» del mister, ma si sapeva che con quel centrocampo avrebbe sofferto un papa, mica solo, o semplicemente, un seminarista. «Perché l’Atalanta no e la Roma sì?» provocò Agnelli rivendicando lo «ius bacheche» rispetto allo «ius campi». Il destino lo aspettava al varco. Direte che non c’è nessun nesso fra il campionato e le eresie europeiste. Vero. Però fa meditare, fa sorridere.
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