Tre allenatori in tre anni. Sembra l’inizio di una barzelletta, ed invece è l’ennesimo segnale del cambiamento del calcio. Mai nel campionato italiano si è verificata una cosa simile: i tre allenatori campioni d’Italia che mollano le rispettive squadre e salutano la compagnia. Allegri, Sarri e, per ultimo, Antonio Conte sono la fotografia della modernità, del turnover e del ritmo frenetico di questa prima parte degli anni 2000.

"Il calcio è cambiato"

All’interno di questo titoletto intriso di banalità - tutte le cose sono destinate a cambiare - risiede la spiegazione per cui oggi, nel 2021, se le squadre che hanno vinto il campionato italiano decidono di cambiare allenatore noi dobbiamo accettarlo. Questo triplo cambio non è altro che l’essenza del vivere contemporaneo: serve esserci subito, vivere il now-now, come cantavano i Gorillaz.
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Conte ha mollato soprattutto per ragioni economiche, al contrario di Sarri ed Allegri, ma non si è fatto problemi a salutare la società nerazzurra e continuare nel suo percorso. Una strada che magari contemplerà un anno sabbatico, ma che non cambierà minimamente il ritmo della società moderna. Anzi, forse la pausa gli servirà proprio per staccarsi dalla centrifuga, respirare e poi tornare ad immergersi. Il mister salentino l’aveva già fatto nel 2014, per altre ragioni rispetto a quelle odierne, manifestando una forte spinta a girovagare. Era stato l’ultimo campione d’Italia a lasciare prima del 2019.

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Mourinho

Come accennato sopra, questa prima parte degli anni 2000 è stata una molto fugace. Nella ricerca del punto d'origine di questo pensiero filosofico/calcistico occidentale - che ora va per la maggiore - ho ricondotto il tutto ad una specie di "Socrate" contemporaneo: José Mourinho. Il tecnico portoghese - che ora vediamo abbacchiato, senza capelli e senza quella voglia di fare a botte con il mondo (dal punto di vista linguistico) - è stato il precursore della modernità.
Nell’estate del 2004 ha salutato il Porto dopo aver vinto la Champions League, nel 2007 ha salutato il Chelsea dopo tre anni e una valanga di trofei (6), nel 2010 ha salutato l’Inter dopo aver chiuso l’impresa più importante nella storia del club: il Triplete. Nel suo abbraccio con Materazzi, nella pancia del Santiago Bernabéu, con annesse lacrime amare, c’era dentro lo stesso sentimento provato da Conte. A malincuore, ma devo andare: il cuore vorrebbe rimanere, ma la situazione non me lo permette.

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Juventus

Ogni situazione però non è riconducibile al paradigma-Mourinho, e quindi bisogna scavare nel passato per fornire l’ennesima dimostrazione del cambiamento del calcio moderno. Ripercorrendo all’indietro la storia della Serie A fino all’inizio degli anni ’60, sono in pochissimi quelli che hanno cambiato dopo lo Scudetto: Liedholm dopo la stella del Milan, il Trap nel 1986, Sacchi nel 1991 e Mancini nel 2008.
Si poteva cambiare per stanchezza (Sacchi), per ciclo finito (Trapattoni) o per migliorare (Mancini). Più in generale, forse le scelte venivano fatte con più saggezza. Spieghiamoci meglio: la confusione che regna sovrana nella testa della Juventus di oggi, per certi versi, è figlia di una società che non vuole (o forse non può) accettare di perdere. Capire la fine di un ciclo denota saggezza, lucidità e programmazione. Muoversi alla rinfusa, invece, è sempre un segnale di panico. Volere tutto e subito, quando tutto e subito non si può avere, crea i disastri.

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Questo triplo cambio porta con sé tanti dettami del calcio e della società moderna. È figlio del tempo, si potrebbe dire. Tuttavia, senza voler passare per forza come nostalgici, è giusto credere che la programmazione e la durata di un rapporto siano una base necessaria per modificare il futuro nella maniera più corretta - e Simeone è lì che ce lo dimostra. Resistere al tempo denota coraggio, e molto spesso ripaga.

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