"Se sento ancora Silvio Berlusconi? Ogni tanto. Una delle ultime volte mi ha detto: Arrigo, venga a fare il direttore tecnico al Monza. Le do una villa e un maggiordomo.... No, grazie, presidente: è tardi. Sono contento che stia meglio". è questo uno dei passaggi più significativi e curiosi dell'intervista rilasciata a La Gazzetta dello Sport da Arrigo Sacchi. L'ex tecnico di Fusignano, l'allenatore italiano che forse più di tutti ha innovato il calcio con il ciclo del Milan degli olandesi alla fine degli anni Ottanta, compie 75 anni giovedì 1 aprile e coglie l'occasione per ripercorrere la sua carriera. Con un pensiero rivolto anche ad Adriano Galliani, il suo ex ad ai tempi del Diavolo, appena uscito dall'ospedale dopo avere lottato contro il Covid-19: "Adriano mi ha fatto spaventare. Mi ha detto che era asintomatico. Qualche giorno dopo mi ha scritto che aveva sempre la febbre, poi ha smesso di rispondermi. Finalmente, una mattina, mi sono arrivate tre faccine gialle con il cuore, tre bacini. Un grande dirigente".

La Serie A di oggi

"Atalanta e Milan sono le squadre che giocano meglio. Ammiravo già Pioli, ma non aveva mai trasmesso un'identità così forte a una sua squadra. Lo Spezia, con l'Atalanta, fa il pressing più sistematico. Nessuno ha 11 uomini sempre attivi come Gasperini. Conte è sulla strada giusta, si vede che si sforza e lotta contro qualche vecchia abitudine".
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Sulle squadre che lo divertono di più

"Il Bayern gioca bene, anche il Manchester City da quando ha ripreso a pressare. Guardiola mi chiamò a novembre, nel momento più critico. Glielo dissi: non pressi più. Pep migliora i campionati in cui gioca perché trasmette conoscenze e coraggio. Come faceva il mio Milan. Infatti in quegli anni vincevano in Europa anche le altre italiane. Negli ultimi 10 anni non ha vinto nessuno".

La Nazionale e Usa '94

"Un anno fa rigiocammo la finale del '94. Franco Baresi si sfogò: mister, nessuno ricorda più la nostra Nazionale. Eppure perdemmo in finale ai rigori in un torneo massacrante. Mai una squadra europea era arrivata così vicina a un Mondiale fuori dall'Europa. Ha ragione. La sofferenza di quei ragazzi fu un'impresa etica. Meritavano un riconoscimento di Stato come altri: una nomina a cavaliere, commendatore. A Pasadena c'erano un sacco di politici. Avessimo vinto, sarebbero tornati in aereo e noi a nuoto. Resta il mio più grande rammarico".

Il ritorno al Milan e l'addio al calcio

"Pensavano di curare un malato grave con l'aspirina. Mancava il gruppo, lo spirito di squadra e perciò mancava tutto. Sbagliai anch'io. Avrei dovuto fare come a Parma nel 2001, ritrovare gli uomini prima dei giocatori. Al primo giorno dissi: oggi niente allenamento. Sedetevi sul prato e ognuno mi spieghi perché tanti bravi giocatori faticano a vincere. Parlarono tutti. Thuram, Cannavaro, Buffon... Pareggio a San Siro con l'Inter, pareggio con il Lecce su errore di Buffon che venne a chiedermi scusa. Alla terza, vittoria a Verona. Ma lì mi spaventai: non provai la minima gioia. Come bere un bicchiere d'acqua. Ero vuoto. Ero arrivato. Telefonai a mia moglie: torno a casa. Smetto".

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