Ospite de Lo sport che verrà, evento del Foglio Sportivo, Giuseppe Marotta, ad dell’Inter, evita commenti sul prossimo allenatore dell’Inter: "Non lo sappiamo neanche noi. Vogliamo parlare della Juventus? Ancora meno". Negli ultimi tre anni, è successo che gli allenatori che hanno vinto lo Scudetto abbiano sempre lasciato. Conte dopo Allegri e Sarri. Cosa vuol dire? "Io credo che si tratti di pura coincidenza. Da come posso aver letto su vicende che non riguardano il nostro club, si tratta di avvicendamenti motivati. Per quanto riguarda noi, è stato spiegato bene da tutti i giornali, ma non voglio addentrarmi più di tanto. Il calcio è diventato molto esigente, si brucia tutto con una velocità estrema. Quello che era diventato un gioco è diventata un’attività imprenditoriale: spesso e volentieri i proprietari non si accontentano di vincere dei titoli, ma vogliono qualcosa di più. Si interessando di più alle vicende calcistiche rispetto al passato. A mio giudizio si tratta di coincidenze, non è una tendenza. C’è maggiore mobilità, questo sì, ma è legato al fatto che la pressione è molto aumentata rispetto al passato recente".
Come esce il calcio italiano da un campionato vissuto in emergenza totale?
"Anzitutto, penso che si debba rivolgere un plauso a tutte le istituzioni e ai club che con fatica hanno portato avanti il calendario, a tutti i livelli, pur vivendo momenti con l’assenza di tanti giocatori. Non è facile, le difficoltà erano tantissime: notavo anche elevata tensione, anche per la paura che il contagio potesse coinvolgere la famiglia. Io per primo ho avuto il Covid in maniera piuttosto brutta e ringrazio Dio per esserne venuto fuori: continuo ad avere conseguenze, soprattutto a quest’ora che inizio a essere stanco. Questa pandemia non ha fatto altro che incrementare la situazione di difficoltà in cui verteva il mondo del calcio. Oggi siamo davanti a una situazione molto preoccupante: un modello di riferimento che non riesce più a sostenere certi costi e non riesce a valorizzare al massimo le risorse. Sono di due tipi: diritti tv e botteghino. Noi, come Inter, solo per i mancati introiti da stadio abbiamo incamerato meno 70 milioni. È pari a quattro mensilità, indica come la pandemia abbia accentuato una situazione di grande malessere finanziario ed economico".
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Viviamo una certa schizofrenia nel calcio: da un lato si cercano situazioni sostenibili, dall’altro però ci sono giocatori, procuratori, tifosi che si aspettano sempre il meglio e capiscono poco la situazione. C’è un nuovo modo di trattare?
"Va acculturato anche il tifoso. Se io esco e trovo un tifoso dell’Inter, e gli chiedo se preferisce una società in crisi finanziaria che vince lo Scudetto o una società sana ma che punta al quinto-sesto posto, la risposta è sempre la prima. Giustamente, è quello che genera emozioni e felicità, e ricordo bene la gioia dei tifosi dopo l’ultima partita: è normale che il calcio sia un contenitore di emozioni e non sia accompagnato da discorsi razionali. Ma è altrettanto normale che il costo del lavoro stia prendendo una piega pericolosa, che non corrisponde sempre a una disponibilità finanziaria dei club. Così l’indebitamento aumenta. La voce stipendi equivale a circa il 60-65% dei ricavi: un’azienda normale sarebbe ai limiti del default".

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Cosa diciamo ai tifosi su questo?
"Proprio ieri c’è stata una manifestazione di protesta sotto la sede. La cosa più semplice che ho ritenuto di fare è stato confrontarmi con tre loro rappresentanti: gli ho fatto la fotografia di una società che sta attraversando momenti di difficoltà. Hanno capito e oggi hanno fatto un comunicato in cui dicono di aver capito le difficoltà, pur affermando giustamente che la storia dell’Inter non si metta in discussione. Nel calcio vige spesso l’equazione che chi più spende più vince: è anche vero che si può vincere anche senza fare grossi investimenti. Li devi fare con competenza e motivazioni. I giocatori devono essere sensibilizzati, è un’attività che anche come federazione porteremo avanti da luglio, perché si possa ridurre il costo del lavoro".

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La Formula 1 ha trovato un accordo tra tutti i vari team per un salary cap. È possibile anche nel calcio?
"A livello giuslavoristico, non è semplice: non si può mettere un tetto ai salari. Si può fare, come sta facendo adesso la FIGC, che ha introdotto una norma per la quale nelle prossime due stagioni, soprattutto nella prima, non puoi aumentare la voce costo del lavoro rispetto al consuntivo di costo che hai al 30 giugno di quest’anno. È un deterrente che possiamo utilizzare nella negoziazione con i nostri calciatori".
Cosa resta della Superlega?
"È il sintomo di quello detto prima. È un atto di disperazione di 12 club per un concetto di mancanza di sostenibilità. Questi club, che sono tra i più esposti a livello europeo, si sono resi conto che, soprattutto dopo la pandemia, l’indebitamento aumentava. Quindi c’è stato questo atto, fatto con modalità non propriamente razionali e logiche, che ha lanciato un segnale. Oggi il modello calcistico italiano ed europeo non funziona: devono intervenire le istituzioni per creare un modello sostenibile".
Il primo Scudetto non si scorda mai o meglio l’ultimo?
"Il primo Scudetto ha visto un coinvolgimento emotivo importante, non me l’aspettavo neanche. È stato un’impresa, poi ne vinci altri di seguito e diventa quasi normale. Venendo all’Inter, dove mancava dal 2010, ha rappresentato nuovamente qualcosa di straordinario. Quando sono arrivato, non immaginavo in due anni di raggiungere questo traguardo. Non è che sia merito mio, lo è anzitutto dell’allenatore, che è stato straordinario nel creare l’amalgama e devo dire che ho provato una fortissima emozione".
È vero che Conte non resiste più di 2-3 anni in un club?
"Diciamo che lo dicono le statistiche… Lui è un vincente, vuole arrivare alla vittoria e ci dà anima e corpo. È normale che a un certo punto arriva un momento in cui dici mi fermo e rifletto. Lui ha il DNA del vincente, è una caratteristica tipica dei campioni. Ha quasi la sindrome della vittoria, che solo con la sua caparbietà è riuscito a raggiungere. L’ha fatto alla Juventus, l’ha fatto all’Inter, in un ambiente con tante difficoltà: se abbiamo vinto lo Scudetto è stato con grandissimo merito di Conte, della sua caparbietà".
Moggi, quando prese Capello, liquidò i dubbi sul suo ruolo anti-juventino. Il calcio brucia tutto?
"Il calcio è capace di cancellare qualsiasi tensione. È un mondo particolare, dove i rancori non si consumano a lungo".
Fate la pace con Paratici?
"Io non ho rancore, più che altro la mia è stata delusione. Se investo nell’amicizia con una persona sono disposto a dare tutto e a ricevere. La mia è una delusione, non tengo rancore. Cena insieme? Ci parliamo. Cioè, ci parliamo poco, ma perché non c’è occasione con la rivalità Inter-Juve".
Chi è l'allenatore dell'Inter quindi?
"Non sto scherzando, entro stasera ufficiosamente forse ce la facciamo".

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