"D’ora in poi, ebbene sì, ogni Asl potrà intervenire e interferire in barba al protocollo sancito mesi fa dal ministero dello Sport e dal dicastero della Salute seguendo le indicazioni del Comitato tecnico scientifico". Era il 5 ottobre 2020, lo scrivevo qui su "Eurosport"e mi riferivo al caso di Juventus-Napoli, in programma il 4 ottobre, non disputata per la positività al coronavirus di Piotr Zielinski ed Elijf. Elmas. Nei primi due gradi di giudizio, la Juventus ebbe partita vinta a tavolino e il Napoli un punto di penalizzazione; nell’ultima e cruciale tappa, il Coni ribaltò tutto: si rigiochi. Si rigiocherà il 7 aprile, "via" 17 marzo (data proposta, accettata e poi respinta: citofonare Roma).

Allianz Stadium deserto per Juventus-Napoli con i giocatori della squadra di Gattuso che non si sono presentati - Serie A 2020/2021 - Getty Images

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Erano state le Asl campane a concordare il divieto di viaggio, mossa che disarmò il "lodo" della Figc, ferma sul Piave dei dieci contagiati per far scattare il jolly del rinvio, uno solo, ma prodiga di un varco non proprio draconiano: "Fatti salvi i provvedimenti delle autorità statali e locali".
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Fuor di capriole: liberi tutti. Non ci voleva un genio per capire quello che sarebbe successo e, implacabilmente, è successo. Fino al focolaio del Torino, che spinse la Asl sabauda a negare, dopo la sfida interna con il Sassuolo, anche la trasferta di Roma con la Lazio, decisione che, ratificata dal giudice sportivo, ha trasformato Claudio Lotito in polvere da sparo. E fino all’uscita dell’Agenzia di tutela della salute di Milano (Ats) che, temendo l’insorgere di un "cluster", ha bloccato l’Inter per quattro giorni in seguito ai tamponi progressivi di Danilo D’Ambrosio, Samir Handanovic, Stefan De Vrij e Matias Vecino: domani, niente Sassuolo (che, reduce dal recupero di mercoledì con il Toro, proprio furibondo non risulta).
Inter-Sassuolo non si gioca: cosa succede ora?
Con la vita delle persone non si scherza. E all’estero molto meglio non va. Anzi. Il problema, da noi, è che in base alle esigenze siamo tutti citì o, come in questo scorcio, tutti virologi. E, naturalmente, sempre tifosi. Dal Genoa ricordano che, nonostante l’aggressività del morbo avesse già steso Mattia Perin e Lasse Schone, in attesa di mangiarsi metà rosa, la squadra si presentò "comunque" a Napoli. Dal Milan rammentano che, a fronte della positività di Zlatan Ibrahimovic e Léo Duarte, due di numero come Zielinski ed Elmas, il Diavolo giocò serenamente in Portogallo, con il Rio Ave. Da Parma insorgono memori del fatto che il 18 ottobre scorso, pur decimati da sette positivi, diconsi sette, si recarono a Udine nel pieno rispetto dei precetti federali; e persero 3-2. Cosa dobbiamo pensare delle mutue emiliane: che di turno, in quel periodo, ci fosse una cricca di cinici e potenziali "assassini"?
Il presidente della Federazione è Gabriele Gravina. Il presidente della Lega, Paolo Dal Pino. Si detestano di pancia e per galateo, nell’imbarazzo più scabroso dei cortigiani. L’aumento delle varianti del morbo ha reso ancor più rossa la situazione. Le variabili dei pulpiti, in compenso, hanno reso ancor più arancioni le prediche. Un anno fa, durante il lockdown, non si parlava che di playoff. Oggi, non un cenno. Dicono, i maligni, perché in testa non c’è più "quella".

Gabriele Gravina

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Gli italiani sposano le regole e vanno a letto con le eccezioni. Il covid non è una regola e neppure un’eccezione: è un flagello. Anche se, talvolta, riusciamo a farne una bandiera da esporre in curva. Sarebbe bello mettere attorno a un tavolo le Asl di Genova, Milano, Napoli, Parma e Torino affinché ci spiegassero perché in questo benedetto Paese persino da una tragedia, quando c’è di mezzo il calcio, nasce sempre un gran bordello.
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