Il trionfo dell’Inter segna un confine, non solo una stagione. Sono passati nove anni, e quando finisce una dittatura non sai mai cosa comincia. In questo caso, pensi di conoscere cos’è finito, e perché. Nella mia griglia estiva l’Inter veniva subito dietro la Juventus. Poi Atalanta, Milan, Napoli, Roma e Lazio. La Juventus è crollata sotto il peso delle scommesse aziendali (Andrea Pirlo in testa) e dell’ennesima Champions tradita. La Dea ha patito il canonico, travagliato, rodaggio. Il Milan, la panchina corta. Il Napoli, un po’ gli infortuni e un po’ le storie tese fra Rino Gattuso e Aurelio De Laurentiis. Le romane, i soliti alti e bassi di sentimenti e risentimenti.

L'Inter è campione d'Italia. Scudetto n° 19, 11 anni dopo

L'Inter che era

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Marotta: "Il sogno è la 2a stella. Conte dà ampie garanzie"
02/05/2021 A 21:54
L’Inter era rimasta al triplete di José Mourinho, alle coppe di Rafa Benitez e Leonardo. A un Massimo Moratti sazio, a un Erick Thohir in transito. Fino, improvvisamente, ai cinesi di Suning, a una lontananza che spesso abbiamo definito canaglia. Fino a Beppe Marotta e Antonio Conte. La chiave di volta, e di svolta. Costole juventine in una società che viveva della pazzia raccontata dall’inno e dall’epica, il romanzo di Ronaldo il fenomeno, delle foglie morte di Mariolino Corso, del circo di Alvaro Recoba.

I fan dell'Inter celebrano sotto il Duomo

Credit Foto Getty Images

L'Inter che è diventata

E’ il diciannovesimo titolo, tavolino compreso. Il quinto di Conte dopo i tre della Juventus e la Premier del Chelsea. Antonio è un martello. Ha trasformato il vuoto cosmico e umiliante della resa europea in un pieno di benzina. Si è corretto, ha bocciato promossi (Arturo Vidal, Aleksandar Kolarov) e promosso bocciati (Ivan Perisic, Christian Eriksen); ha rinunciato all’idea fusignanista d’invasione, preferendole la dottrina «allegrista» di gestione. Ha avvicinato Lau-toro Martinez a Romelu Lukaku, ha ghigliottinato il trequartista e liberato il 3-5-2 con cui, a Torino, aveva battezzato la rinascita juventina.

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Se trova soldatini come Matteo Darmian, li trasforma in generali. Adora sentirsi accerchiato, gode del rumore dei nemici, dà a tutti a patto che gli diano tutto. Dal gobbo irrecuperabile che non batteva nemmeno lo Shakhtar al gobbo redento: ah, les italiens. Aveva ereditato l’Inter da Luciano Spalletti e due quarti posti. Ha individuato una formazione stabile, se non proprio tipo, con un robusto pacchetto d’innesti: i terzini, Achraf Hakimi e Darmian (o Ashley Young), più Alessandro Bastoni, Nicolò Barella, Eriksen, Lukaku. Sei su dieci: più di mezza squadra.

Che cavalcata

Non è stata una scampagnata, è stata una cavalcata. In vetta dal 14 febbraio, con il Diavolo in corpo, i confronti diretti ne hanno scortato, e generato, l’allungo decisivo: 2-0 alla Juventus, 3-1 alla Lazio, 3-0 al Milan, 1-0 all’Atalanta (con una glassa di catenaccio che non sfuggì ai più golosi). E, naturalmente, la miglior difesa. Schema-base, palla a Lukaku. Senza dimenticare le incursioni di Hakimi, la regia di Marcelo Brozovic, i progressi e i lanci di Bastoni; soprattutto, il decollo di Barella. Come simbolo dello strappo gerarchico scelgo però Martinez e Paulo Dybala: 15 gol Lau-toro, la miseria di 3 l’Omarino. Il braccio di ferro tra Inter e Juventus - sempre molto vago, a essere sinceri - é ruotato attorno a questa sfida, a questa cesura, più che alla letteratura di Al Pacino e dei sermoni "Ogni maledetta domenica".

Steven Zhang, Presidente Inter

Credit Foto Eurosport

Dalla Juve all'Inter

Più facile chiudere l’egemonia della Juventus, o aprirla? Bisogna risalire all’estate del 2011, quando campione era il Milan di Zlatan Ibrahimovic e Massimiliano Allegri. Agnelli e Marotta erano lì da un anno, c’erano stati i settimi posti della ditta Ciro Ferrara-Alberto Zaccheroni e di Gigi Delneri. Era una Juventus ancora fresca di Calciopoli, di complicata traduzione. Credo che il capolavoro di Antonio sia stato quello scudetto là - per il gioco, in particolare, e al di là del gol di Sulley Muntari - anche se questo "percorso" resta, parole sue, "un’opera d’arte". E poi perché all’Inter non ha vinto subito, ha vinto dopo un secondo posto e una finale di Europa League.
L’ultima Juventus aveva la pancia piena, Agnelli gli ha "regalato" un apprendista stregone, Pirlo, incudine ideale per il suo martello. E’ stata la stagione dei tamponi e delle Asl, dell’esame di Luis "cocumella" Suarez e della Superlega, di Santibra e Sanremo, di un Cristianesimo burrascoso. E’ stato un rodeo povero alla borsa europea: chi l’ha governato era già fuori da tutto il 9 dicembre, e chi lo aveva tiranneggiato per quasi un decennio sarebbe uscito poco più in là, negli ottavi. I debiti, gli stipendi pagati in ritardo e la latitanza di Steven Zhang, scenari inquietanti, sono stati assorbiti dalla bolla dentro la quale Marotta e Conte hanno isolato la rosa.
Nove anni, nello sport, sono un’eternità. Non si tratta di un "normale" passaggio di consegne. Si tratta di qualcosa di molto più vasto, di molto più storico. E di misterioso, sì. Una staffetta che ha suggellato un’era oppure un trasloco di ciclo, addirittura? Per adesso, c’è solo un punto in comune: Conte. Dalla Juventus all’Inter. Non sarà tutto, non è poco.
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Per commentare o fare domande potete inviare una mail a roberto.beccantini@fastwebnet.it o visitare il blog di Roberto Beccantini http://www.beckisback.it.
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