Bayern Monaco, PSG e Tottenham. Barcellona e Chelsea addirittura 2 volte. Da quando le strade di Massimiliano Allegri e la Juventus si sono separate, cinque su nove delle grandissime big europee (a questo conto mancano le due di Manchester, Liverpool e Real Madrid), hanno cambiato guida tecnica per un totale di 7 occasioni disponibili per sedere su una panchina importante.
Setien (gennaio 2020) e Koeman (agosto 2020) le scelte del Barcellona. Lampard (luglio 2019) e Tuchel (gennaio 2021) quelle del Chelsea. Mourinho al Tottenham (dicembre 2019). Pochettino al PSG (gennaio 2021). Flick al Bayern Monaco (novembre 2019). Sono stati questi i nomi dei rispettivi subentrati. E mente l’elite del calcio sceglieva il proprio futuro, alle nostre latitudini rimaneva al palo un uomo che alla Juventus si era meritato lo speciale riconoscimento di ‘History Alone’: Massimiliano Allegri, il signor 5 Scudetti consecutivi.

Massimiliano Allegri e Andrea Agnelli nell'ultima conferenza stampa del tecnico con la Juventus: la maglia 'History Alone', celebrazione dei 5 Scudetti vinti consecutivamente, impresa mai riuscita a nessuno alla Juventus

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La riflessione: non solo vincere, ma imporsi

Ad aprire il doveroso spunto di riflessione è però probabilmente proprio l’ultima scelta del Chelsea, il più “italiano” dei club inglesi. Da sempre legato a un doppio filo con i tecnici del nostro Paese – dal principio Vialli passando per Ancelotti e Di Matteo fino a Conte e Sarri – gli allenatori del ‘made in Italy’ sono stati senza dubbio la fortuna dei Blues, che al di là della gloriosa era Mourinho, nella sua storia ha ottenuto tutti i trofei più importanti della propria bacheca con qualcuno in panchina nato e formato alle nostre latitudini. Che la ‘free agency’ di Massimiliano Allegri sia allora passata inosservata dalle parti di Fulham Broadway porta a due domande piuttosto interessanti: perché Allegri è stato così snobbato negli ultimi 2 anni? Il suo calcio è davvero così superato?
La questione è davvero stuzzicante. Perché in fondo riporta a quel principio di massima che è stato anche l’unico episodio mediatico su cui il tecnico di Livorno ha mai realmente vacillato nei suoi anni di permanenza alla Juventus. Tra ‘teoria’ e ‘pratica’, tra ‘filosofia’ e ‘pragmatismo’, le scelte delle big europee sono sembrate in ampia parte andare verso la direzione imposta dalla modernità stravolta dalla rivoluzione di Guardiola. Avere una propria identità di gioco ben riconoscibile, fare dell’azione più che della reazione la propria arma, è infatti il tratto comune (a eccezione di Mourinho) dei profili scelti dai top club internazionali in questo arco temporale che dal giugno 2019 vede Allegri senza panchina. Tecnici che hanno avuto poi fortune alterne nei rispettivi club, ma che a quel concetto di modernità che pare essere necessario oggi per poter ambire all’elite europea si sono tutti rifatti.
Sembrerebbe il trionfo ‘del gioco’ e ‘dell’idea’ sopra quello del risultato, salvo poi scoprire che al risultato in fondo sono sempre legati anche i più grandi filosofi moderni della disciplina. A dircelo è il guru stesso dei rivoluzionari, quel Pep Guardiola che qualche giorno fa rispondeva così proprio a una domanda sull’esonero di Lampard: “La gente parla di progetti e idee, ma la verità è che devi vincere. Devi vincere altrimenti verrai licenziato”.

Allegri, il suo è davvero un calcio obsoleto?

Ed è proprio qui che torna prepotente la figura di Massimiliano Allegri: perché nessuno sembra aver realmente considerato un uomo che nella sua gestione juventina ha vinto 5 campionati e raggiunto 2 finali di Champions League? I risultati raccolti da Allegri ci dicono che il suo calcio “reazionario” ha funzionato esattamente – se non meglio – di quello azionario richiesto dalla modernità. Un tipo di approccio basato su un gruppo squadra mutevole e in grado di adattarsi anche alle caratteristiche dell’avversario, non solo dunque con l’idea di arrivare al risultato solo ed esclusivamente attraverso il proprio metodo. Caratteristiche che ci vengono richieste oggi, se ci riflettete bene, in qualsiasi ambito lavorativo: flessibilità, capacità di adattamento, possibilità di reinventarsi. Ecco, il calcio d’elite invece sembra aver preso la direzione del tutto opposta: intransigenti figure vogliose di imporre la propria impronta offensiva come l’unica via possibile; Guardiola, Klopp, Sarri, Tuchel, lo stesso Nagelsmann gli esponenti, ognuno con i propri metodi, di questo principio integralista di fondo.
E così Allegri si è ritrovato fermo in attesa di una chiamata mai arrivata, volto dunque – almeno secondo le ultime indiscrezioni – a poter accettare una panchina prestigiosa sì, ma non appartenente a quell’elite assoluta del calcio internazionale a cui sembrava ambire: quella della Roma. Restiamo curiosi di vedere cosa succederà. Per capire più che altro chi avrà ragione. Se l’attuale ordine delle cose che ha portato un sistema di fondo a ragionare attraverso questi nuovi canoni, rendendo dunque una figura vincente come quella di Allegri in qualche modo comunque obsoleta; o se questa esasperazione nella ricerca della propria impronta riconoscibile sempre e comunque, ben supportata da una narrazione legata al bello e all’offensivismo talvolta anche stucchevole nei suoi eccessi, non si possa catalogare per ciò che sta iniziando a sembrare: un’esasperazione, appunto. Perché come dice Guardiola alla fine conta solo una cosa: “vincere, altrimenti vieni licenziato”. E visti i risultati in carriera, forse forse, una chance, a Massimiliano Allegri, bisognerebbe ridarla.

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