No, non penso che c'entri il razzismo nella rissa che ha coinvolto Zlatan Ibrahimovic e Romelu Lukaku nell'ultimo derby di Coppa. C'entra l'isteria dell'epica che prende il sopravvento sulla banalità del normale. Erano colleghi, poi (forse) amici e quindi, d'improvviso, nemici. Capita. Le ruggini sono benzina: un cerino si trova sempre. Eppure c'è uno che ha sbagliato più di loro. L'arbitro. Paolo Valeri avrebbe dovuto espellerli. Non tanto per il testa a testa, quanto per la durata e la violenza verbale dell'alterco. La reciproca ammonizione è stata una resa. Voce dal fondo: ci avrebbe rimesso lo spettacolo. Voce dalla coscienza: e chi se ne frega.
Ibra si sente un Dio, Lukaku ha un forte senso dell'Io. La miscela può essere esplosiva. Lo è stata. E così, a maggior ragione, il rischio di confondere la morale con il moralismo è alto. Nello stesso tempo, non ci si deve nascondere dietro il ponziopilatismo di Valeri, il classico rimedio peggiore del male. Vero, zuffe da Bronx come quella di martedì sera non sono un'esclusiva della modernità social-tecnologica, modernità che si "limita" a decorarne la narrazione. Basta sfogliare l'album del Novecento. Diverse, se mai, erano le conseguenze. Le sanzioni. All'epoca, più pesanti. Oggi, più morbide.
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Pioli: “Espulsione Ibra determinante: ha chiesto scusa”

Un giorno, quando ancora giocava nell'Inter, salii ad Appiano per intervistare Ibra. Gli chiesi se si riconoscesse nella mia definizione: metà ballerino, metà gangster. Sorrise. La accettò. E qui si torna all'infanzia, per lui e Lukaku molto complessa, molto conflittuale. C'è poi l'eterna tendenza, da parte nostra, a giustificare le pulsioni stizzose in nome e per conto dello spirito guerriero. La politica non dà certo una mano, e tanto meno fornisce esempi: da che pulpito, verrebbe da chiosare. E nei panni del Codacons non avrei suggerito l'embargo sanremese di Zlatan: sono ben altre le priorità. Al contrario, sarebbe un bel colpo portarli in coppia, come ha scritto maliziosamente Giulia Zonca su La Stampa di giovedì.

Romelu Lukaku e Zlatan Ibrahimovic

Credit Foto Getty Images

Il problema non è stabilire un "vincitore", anche se a naso, e a inglese, mi sembra che lo svedese si sia aggiudicato più round del belga, che comunque - asino per asino e voodoo per voodoo - nel citare le donne di famiglia dell'avversario qualche gancio l'ha assestato. Il problema è la non espulsione, le conseguenze soft di cui già si legge (e che già dividono): per i cattivisti è successo troppo poco; per i custodi della sacralità del tempio, troppo.
Sono curioso di vedere come se la caverà la giustizia sportiva, al netto del turno automatico a entrambi per il doppio giallo (Ibra) e il giallo (Lukaku, diffidato). Perché sì: se la lite ha fatto il giro del mondo, il castigo farà giurisprudenza. Non vorrei che, di fronte a un'amnistia mascherata, invece che un punto (per andare a capo), l'episodio diventasse uno spunto (per rifarlo daccapo). Escluso il razzismo, rimane il disprezzo. "Speremo de no", avrebbe esclamato Nereo Rocco. E se non vi garba il Paron, ecco Agostino: "L'ira è una pagliuzza, l'odio è invece una trave". Parole sante.
Per commentare o fare domande potete inviare una mail a roberto.beccantini@fastwebnet.it o visitare il blog di Roberto Beccantini

Ibra-Lukaku: voodoo, asino e cosa si sono realmente detti

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