Prologo - Jimmy McGill ce l’ha messa tutta per diventare un avvocato rispettabile. Ha conseguito la sua laurea all’Università delle Isole Samoa, ha iniziato dal basso, ha fatto la gavetta e giorno dopo giorno ha provato a coronare il suo sogno. Il classico percorso da bravo ragazzo, che ovviamente non ha pagato. Respinto con perdite da ogni lato, per Jimmy era rimasta un’unica soluzione: la criminalità. Sposando il malaffare e trasformandosi in Saul Goodman - l’avvocato dei peggiori criminali – il protagonista della serie Better Call Saul ce l'ha fatta - Fine prologo.
Ora tutti i fan della serie mi massacreranno per un riassunto decisamente troppo stringato, ma il tema chiave delle cinque righe scritte sopra è il cambiamento. Per coronare il sogno di esercitare la professione d'avvocato e moltiplicare i propri guadagni, Jimmy McGill ha modificato la sua etica lavorativa. È diventato "cattivo" e ha vinto.
Quello che si è visto martedì sera all’Allianz Stadium di Torino è stata l’ennesima recita di un Antonio Conte molto più simile a Jimmy McGill che a Saul Goodman. La sua Inter, un robottino, ha continuato a sbattere contro la Juventus, il muro. Vista da fuori, la netta sensazione è che la partita sarebbe finita 0-0 anche dopo 3 giorni di gioco.
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Ora resta solo il campionato

Con questa affermazione non stiamo scoprendo l’acqua calda, però nel nostro aggiornare lo screenplay sulla stagione dell’Inter diciamo che ora sì, per davvero, rimane solo il campionato. "Penso che in tutte le competizioni ne vinca una sola, se tutte le altre fallissero la stagione perché non vincono sarebbe un disastro. Quindi tutte le altre squadre hanno fallito tutte le stagioni", ha detto Conte a fine partita.
Una dichiarazione che fa leva sul buon senso, ma che suona tremendamente qualunquista. Oggi che siamo a febbraio e che la stagione viaggia inesorabile verso "i mesi dello scudetto", il mister nerazzurro non ha più alibi. Sul suo cammino ha eliminato ogni possibile distrazione. La Champions, l’Europa League e la Coppa Italia. Una dopo l’altra.
L’obbligo (vincolo morale, imposto dalla coscienza, da ragioni di gratitudine o convenienza, o da altre esigenze e circostanze) è una condizione umana difficile da sopportare, però se non dovesse arrivare lo scudetto fateci parlare di fallimento. Ma non fallimento negli uomini, fallimento nel progetto.

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Perché si tratterebbe di un fallimento?

"Sono qui da un anno e mezzo e i passi in avanti sono stati fatti sotto tutti i punti di vista. Per i miracoli ci stiamo attrezzando". Conte dice ancora l’assoluta verità, ma non prende in considerazione la sua storia. Da quando è un allenatore top mondo – ovvero dal 2011 – il Conte treatment è sempre stato il solito: atterraggio, vittoria, partenza. Il tutto, spesso e volentieri, condensato in pochi anni (due, talvolta, tre).
Ovvio, oltre alla vittoria c’è (e c’è stato) molto di più. Pensate ad Arturo Vidal, da giocatore normale a campione. Pensate ad Andrea Pirlo, ringiovanito in un calcio che non lo voleva più. Pensate ai vari Giaccherini, Pepe, Moses, Candreva, Eder e Pellè, allenati (su testa e gambe) a tal punto da credere di valere molto di più del loro reale valore. Ma pensate anche a Bastoni e Barella. Sono il futuro della Nazionale Italiana e se sono considerati tali, il merito è soltanto del tecnico leccese.

Antonio Conte imbocca l'uscita del tunnel all'intervallo di Juve-Inter

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Quando rivendica questo, Conte impugna la verità. Ma quando chiede pazienza, non guarda in faccia alla realtà. La sua condizione odierna è un’anima divisa in due. Da un lato vorrebbe urlare al mondo la condizione in cui versa la sua società, strattonata da una valanga di compratori, ma dall’altro sa che deve rigare dritto per raggiungere il suo obiettivo.
Sul suo cammino ci sono ancora 17 partite di pensieri, paure e speranze. Lo score del campionato ci dice che, con due sconfitte in 4 mesi, il suo metodo sembra funzionare. Quello di martedì era un match di Coppa – competizione che Conte sembra ripudiare – quindi non "conta". Quello che conta è solo il campionato. Tra la soluzione doppio play (Eriksen-Brozovic), un Sensi da partita in corso, un Sanchez che va ritrovato (e quanto sarebbe servito contro il blocco basso della Juve) e una fascia sinistra un po' deficitaria, ci sono 3 mesi per diventare Saul Goodman. Ma se anche questa metamorfosi dovesse fallire, l’unica soluzione sarebbe trasformarsi in Gene Takovic.

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