Gli affetti, nel loro profondo, non sono quasi mai una questione pragmatica: o ci si prende, o non ci si prende. Certo, poi, si ricorre alle vie di mezzo, inevitabili per convivere dentro la società. Si sopporta, si chiude un occhio, si fa buon visto a cattivo gioco... E così via dicendo, in quell’enorme calderone che sono le vite di ognuno di noi. Il calcio, che dentro il nostro Paese, per tanti, alla stessa tregua di un ‘affetto’ viene trattato, non fa ovviamente eccezione. E se di mezzo ci si mettono le bandiere, il cortocircuito può essere dietro l’angolo. Uno di questi, l’ultimo, il più palese dell’epoca recente, almeno alla nostra latitudine, è nella figura di Antonio Conte. Bandiera, trascinatore e capitano della Juventus, prima. Condottiero in grado di rilanciarla in panchina, nel suo secondo momento più complicato della storia, poi. Che Conte abbia passato la sua firma con un indelebile dentro la storia della Juventus lo provano i fatti. Che il suo addio burrascoso e le successive scaramucce a distanza nel corso degli anni, seguite dall’aggravante di provare a regalare identiche soddisfazioni ai rivali storici della Milano nerazzurra l’abbiano posto in una situazione "delicata", è altrettanto palese.

Conte Juventus Serie A

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Già perché dall’altro lato della medaglia, il tecnico dell’Inter paga in un’ampissima fetta del tifo nerazzurro ‘il peccato originale’. Qualcuno ha provato a far finta di nulla, altri a nasconderlo dentro l’armadio in nome di un traguardo più importante: il successo; che in casa nerazzurra manca da un certo José Mourinho. Ma dentro il mondo Inter, o meglio, mescolato al mondo Inter, Antonio Conte continua a sembrare olio dentro un bicchier d’acqua: insolubile. Una sensazione in qualche modo già provata, con risultati – giusto ricordarlo – assai peggiori con un certo Marcello Lippi. Quel che è certo è che se alla centrifuga Inter è fin qui sopravvissuto Conte è per i risultati prodotti: un secondo posto; una finale di Europa League. Non quello che speravano e sperano all’Inter, ovviamente. Ma la sensazione che in qualche modo, seppur tra mille difficoltà, questo rapporto possa portare laddove entrambi ne vedono l’unico possibile senso di questa convivenza: il successo.
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Conte, Zhang, Marotta, Ausilio - Inter training 2020 - Getty Images

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Questo Inter-Juventus è dunque soprattutto il ‘suo’ Inter-Juventus, quello di Antonio Conte. Perché mai come in questo particolare momento storico si ha la sensazione che una vittoria di Conte sulla sua ex-squadra possa rappresentare quella spallata che invano da 9 anni le altre provano a dare proprio ai bianconeri. E sarebbe piuttosto emblematico se a produrla fosse colui che il ciclo dei bianconeri ha fondato. Nel mentre, Conte, vive però la solitudine dei numeri primi, di coloro che rispondono solo a loro stessi: cancellato, almeno finché siederà su quella panchina, da quei tifosi di cui era stato idolo; sopportato – o mal sopportato, in casi più ampi – da quelli che attendono di essere accompagnati a quel traguardo davanti a tutti; altrimenti sarà solo un altro ‘gobbo’ passato senza successo dalla Milano nerazzurra. Un legame che manda in tilt i tifosi e mette Conte dentro un limbo da cui inevitabilmente qualcosa uscirà mutato: la sua immagine di vincente, nel caso a fine stagione non dovesse farcela (specialmente dopo l’ulteriore pressione auto-inflitta con la prematura uscita dalla deludente campagna europea); oppure il suo rapporto con quel passato indelebile che resta la Juventus, almeno con un’ampia fetta del tifo.
Un rischio che Antonio Conte aveva però ben presente fin dal primo giorno, quando con quel “sarò il primo tifoso della squadra che alleno”, Conte aveva già scelto il suo destino: essere schiavo dei suoi risultati. E non degli affetti sportivi costruiti nel tempo.

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