Federico Chiesa si è già guadagnato l’affetto dei tifosi della Juventus, dopo una stagione che l’ha visto sempre protagonista. Un avvio all’insegna dell’adattamento e poi una chiusura all’insegna della costanza e alle spalle il cognome ingombrante che porta, con la responsabilità di onorare le orme di papà Enrico.

Ho pensato di smettere

Intervenuto al webinar "Allenare, Allenarsi, Guardare altrove", l’attaccante della Juventus ha raccontato alcuni momenti della propria carriera che non sono stati idilliaci, tanto dal portarlo addirittura a voler abbandonare tutto.
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"Ho avuto una carriera un po' in salita nelle giovanili. A 13 anni passai un brutto momento, perché vedevo i miei compagni di squadra crescere fisicamente e tecnicamente, migliorare e giocare ogni domenica, mentre io facevo fatica a tenere il ritmo e dovetti retrocedere di un anno per poter giocare qualche minuto".
È stato così duro che ho pensato di smettere.

L’aiuto della famiglia e la svolta

La crisi è poi passata, come racconta Chiesa: “Con un po' di determinazione e l'aiuto dei miei genitori e di un mister che mi ha fatto crescere come persona ho iniziato a considerare l'allenamento quotidiano come la mia partita, la mia sfida personale, e sono riuscito a superarlo".
L’eredità di papà Enrico e la sua esperienza nel mondo del calcio hanno avuto un grande peso: "Il talento per me è una predisposizione a fare qualcosa, che hanno tutti, ma purtroppo tanti passano una vita intera a cercare di scoprirlo e altri ancora non riescono a capirlo. Io sono stato fortunato, perché l'ho capito fin da piccolo quando invece di prendere la palla con le mani la calciavo, ma penso anche che bisogna essere bravi a costruirsi la propria fortuna".

Enrico Chiesa ai tempi della Fiorentina 2000

Credit Foto Getty Images

Bisogna crearsi la propria fortuna

Per Chiesa la maturità, sia agonistica sia mentale, è arrivata presto e traspare dai discorsi profondi che fa.
Se ti concentri sui pensieri negativi attiri la sfortuna, se invece mostri determinazione, positività e voglia di migliorarti, di divertirti e di allenarti a mille all'ora con i tuoi compagni, la fortuna arriva”, dice.
Nello sport è la costanza del lavoro che fa la differenza, perché porta costanza nelle performance e nei risultati.
I miei compagni di squadra mi descrivono come un giocatore generoso più che talentuoso, perché ho talento e sono stato bravo a scoprirlo ma il mio vero valore è che ogni giorno in allenamento e in partita do tutto, ho lavorato tanto per arrivare dove sono adesso. Il mio pensiero fisso è alzare l'asticella ogni giorno ed è questa mia caratteristica che ha fatto la differenza nella mia carriera, portandomi nella Juventus, uno dei migliori club al mondo".
Traspare grande gratitudine nei confronti di chi gli è stato vicino negli anni e l’ha guidato in questo suo percorso: "I miei genitori mi hanno insegnato il valore dell'umiltà, del rispetto per ciò che si fa e l'importanza di cercare sempre di migliorarsi, che è qualcosa che si dovrebbe fare sempre nella vita. Ho avuto anche tre mister che mi hanno aiutato a esprimere questi valori, che sono stati degli educatori per me più che degli allenatori".

Il talento da solo non basta

Per Chiesa, però, anche altro ha importanza: “Sono importantissimi anche il contesto e i compagni di squadra. Quando cresci e inizi a giocare con gli adulti, puoi imparare tanto dalla loro esperienza e dai loro consigli, ma aumentano anche le responsabilità”.
La filosofia della Juventus è vincere sempre, non arrendersi mai e continuare a migliorarsi. Arrivare fino a qui può anche essere stata una fortuna, ma poi bisogna confermarsi ogni giorno ad alti livelli ed è questa la parte veramente difficile di questo mestiere.
“È una forte pressione, ma è anche un onore e una grande felicità poter vestire la maglia di un club in cui tantissimi bambini e calciatori sognano di giocare. Qui so che ogni giorno posso migliorare ogni aspetto del mio gioco perché mi alleno con grandissimi campioni da cui ho solo da imparare". Per il futuro, "quando avrò chiuso la carriera vorrei aver lasciato un'impronta di vittorie, vorrei aver vinto scudetti e la famosa Champions League, ma soprattutto vorrei essere di ispirazione ai tanti ragazzini 13enni che stanno faticando nelle giovanili, in panchina e sfiduciati, mostrargli con la mia storia che possono farcela”.

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