Domenica sera Massimiliano Allegri è stato ospite del "club" di Sky Sport, la trasmissione domenicale condotta da Fabio Caressa. In oltre due ore di puntata, il tecnico toscano ha recitato il ruolo di Cicerone spiegando la sua visione sul calcio e su cosa si debba ripartire il movimento italiano. Tanti contenuti, ma la sola immagine del livornese in tv ha riportato la mente di tutti quanti al 26 maggio del 2019. L'ultima giornata sulla panchina della Juventus also know as l'ultimo giorno in cui lo abbiamo visto lavorare (dal 27 maggio 2019 ad oggi Allegri è ancora disoccupato). "L'ultima cena" prima del cambio di rotta verso un calcio diverso. Un calcio che secondo Nedved, Paratici e Agnelli, si poteva fare.
Bisogna fare una premessa prima di capire cosa sia andato storto. La dirigenza della Juve è stata la prima in Italia a capire il cambiamento del calcio. Dal 2011 al 2020 (più o meno), i bianconeri hanno eretto un castello, con tanto di fossato, assolutamente invalicabile per chiunque provasse ad avvicinarsi. Tra la costruzione dello stadio, le nuove iniziative di marketing e gli investimenti oculati, dal settimo posto firmato Del Neri in quattro anni è arrivata una finale di Champions League. Tutto questo per un semplice motivo: la Juve era l'avanguardia.
Quand'è che ha iniziato ad andare veramente male? Semplice, dopo Cardiff. L'operazione Higuain, fatta per compensare la cessione di Pogba e per annettere un centravanti di rilevanza mondiale, vista con gli occhi di oggi, può sembrare un Seppuku ("taglia ventre"). Eppure, in quel momento era l'ultimo step di un ciclo di 6 anni che doveva portare il club a vincere l'unica cosa che mancava: la Champions League. Purtroppo, nel piano "perfetto" organizzato dalla società c'erano due falle: l'imprevedibilità della coppa con le grandi orecchie - uno stato dell'animo assolutamente impronosticabile - e il completo scatafascio fisico dei padroni del progetto tecnico.
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Strike 1, strike 2, strike 3

Piccolo excursus: ve la ricordate l'Inter del 2010 che vinse la Champions League con una formazione a "fine ciclo" e poi decise di implodere su sé stessa perché, insomma, "non posso vendere chi mi ha fatto vincere il triplete". Si? Ecco, ci ha messo 11 anni per tornare competitiva a livello italiano.
Dopo il 4-1 subito dal Real era tangibile la sensazione che il circo avesse chiuso. No more fun here. Con Buffon e Barzagli a camminare sull'orlo del baratro, Chiellini impegnato a sorreggerli, Mandzukic usurato e la stagione one-shot di Dani Alves, quella sconfitta era il momento giusto per dirsi addio una volta per tutte. Sei scudetti, coppe varie, due finali di Champions e la sensazione di essere anni-luce avanti alle proprie domestic rivals potevano bastare, no? No, perché "vincere è l'unica cosa che conta".
Il secondo strike per il cambiamento arrivò l'anno dopo (2017-18), con un Napoli nella sua versione definitiva e una squadra che, letteralmente, si trascinava per il campo alla ricerca dell'ennesimo scudetto. Quello firmato dal gol di Higuain fu un trionfo talmente sbucato dal nulla che nessuno sembrava realmente crederci. "Mai dare la Juve per morta" si recitava a più riprese, anche se la squadra - che aveva mantenuto la stessa ossatura dell'anno precedente vedendo progressivamente sparire le plusvalenze e aumentando il costo di un personale senza sviluppo futuro a cifre mai viste - più che morta sembrava già sepolta.

All-in / All-out

Con la pressione dello stadio ad aspettare questo terzo strike, il lanciatore a ruotare la palla nelle mani e il catcher intento a segnalare gli schemi, a Torino hanno chiuso gli occhi e hanno girato la mazza. Noi ci giochiamo tutto, mal che vada scoppia la bolla e si muore.L'acquisto di Cristiano Ronaldo è stato già decantato tante volte come "la madre di tutte le scommesse perse", ma quello che più ha contribuito a scrivere questo 2020-21 da inferno è stata la mancanza degli interventi nelle aree specifiche.
Quando Marotta lascia Torino, stizzito e tradito dall'acquisto di Ronaldo (che non voleva), Agnelli decide che tocca a Paratici, il vero regista della trattativa, assumersi le responsabilità dell'area sportiva. E se quel 2018-19 è legato ad un altro scudetto vinto per dispersione, dall'addio di Allegri (ecco che torniamo all'incipit) è iniziata la locura più totale. Sarri, Pirlo, giocatori a parametro zero con stipendio da star, occasioni più o meno allettanti, giovani da migliorare, ritorni di fiamma, cessioni obbligate: un gigantesco calderone che ha portato un altro scudetto (clamoroso per tempi e modi), altre due eliminazioni in Champions League e quella voglia di rifondare che adesso, si, è obbligata.

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Un calcio diverso è possibile?

Nella situazione in cui si trova la Juventus di oggi è abbastanza palese come Agnelli spinga forte per la Super Champions League: una super competizione dai super guadagni pensata per i super club. Con il fortissimo rischio di una stagione perdente (al netto della Supercoppa) e la squadra che naviga "in un territorio inesplorato", secondo le parole di Paratici, l'escape strategy bianconera è insita nel ritorno all'how to basic. Come dice Antonio Corsa su AterAlbus: "serve avvicinarsi più al modello Borussia Dortmund rispetto al modello Real Madrid". Il fatturato 2020 senza plusvalenze della Juventus (401 mln) è più vicino a quello del Borussia Dortmund (370 mln), che a quello del Real Madrid (714 mln).
La domanda è una sola: la Juve è disposta ad aspettare la realizzazione di questo modello-Dortmund? Sarri è stato divelto come un paletto nonostante avesse tutte le credenziali per ripartire dalla valorizzazione del personale, mentre Pirlo è ancora alle prese con le normali difficoltà di un rookie. Paratici ci sta provando in tutti i modi a tappare i buchi della mala-gestione, ma la sensazione è quella di un percorso a cui servirà almeno un po' di tempo prima di tornare ad abbinare sostenibilità e vittorie.

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