Da Antonio Conte a Massimiliamo Allegri sappiamo come andò. Da Conte a Simone Inzaghi lo sapremo nel giro di un campionato: questo. In entrambi i casi, è stato Beppe Marotta a battezzare il successore. E sempre dopo la fuga di Antonio. Inzaghino non è invasivo: è, se mai, riflessivo. Al battesimo, la sua Inter ha asfaltato il Genoa (4-0). Questa sera gioca a Verona. Lo scudetto sul petto, il primo dal 2010, gonfia l’orgoglio. La pancia non può essere già piena: non del tutto, almeno.
Nella mia griglia, l’Inter viene un pelo dietro alla Juventus. Il mercato chiude il 31 agosto (finalmente) e un eventuale addio di Cristiano Ronaldo rivoluzionerebbe il podio. Romelu Lukaku era la trave portante, Achraf Hakimi la fionda. Perdite dolorose: specialmente l’armadio belga. Però siamo in Italia, là dove i tiranni sono stati deposti e la neo-democrazia «balla» ancora.
Serie A
Verona-Inter: probabili formazioni e statistiche
26/08/2021 A 13:23
Alcuni hanno già trovato differenze fra l’ultima Inter e quella di sabato: beati loro. Edin Dzeko è diverso da Lukaku, non fa reparto, ma aiuta a esserlo. Hakan Calhanoglu è stato il migliore. Un trequartista di dribbling svelto. Mancava, uno così. In teoria, eredita la casella di Christian Eriksen (auguri, sempre): in pratica, la sua velocità di crociera potrebbe rivelarsi preziosa.
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Poi c’è lo zoccolo duro che, immagino, avrà voglia di dimostrare l’indipendenza cognitiva dalle ossessive lavagne di Conte. Successe anche alla Juventus, smaltito lo choc del trasloco. E’ arrivato Joaquin Correa. Inzaghino lo aveva alla Lazio: lo conosce a memoria, e per questo ha spinto. Correa si aggiunge a Lautaro Martinez e Alexis Sanchez, fragile di muscoli: tre seconde punte. E un solo centravanti, il bosniaco. Lo squilibrio è palese, ma Lau-Toro sa fare l’una e l’altro.
L’assetto che sta nascendo sui triboli finanziari di Suning ha un suo equilibrio, comunque. Denzel Dumfries al posto di Hakimi e Federico Dimarco a sinistra, in alternativa a Ivan Perisic, sono elementi che aspetto al varco con curiosità. Come Arturo Vidal, uno della vecchia guardia che, la scorsa stagione, partito titolare diventò riserva. Di Conte, Inzaghi ha conservato lo schema-base, il 3-5-2, salvo adattarlo a movimenti meno prigionieri dell’ego che ogni mister coltiva. Di Allegri, condivide la «semplicità» di un calcio ibrido, non urlato. Ha lasciato uno dei centrocampi più guarniti d’Italia - Lucas Leiva, Sergej Milinkovic-Savic, Luis Aberto - per un altro che, fra Marcelo Brozovic, Nicolò Barella e il turco, dispone di munizioni e seduzioni altrettanto cruciali.
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Stiamo parlando in chiave domestica. L’Europa è un’altra storia. Naturalmente, necessitano esami più probanti del pallido Genoa di San Siro. Marotta non cova in seno contratti-serpenti tipo Cristiano Ronaldo a Torino o Lorenzo Insigne a Napoli. La leggerezza di Inzaghi ricorda la saggezza del grande Fulvio Bernardini: «Giocate come sapete, perché voi sapete come si gioca». Che, gira e rigira, resta sempre lo «schema» più efficace. Ecco: siamo appena all’inizio, ma occhio a certe tracce.
ROBERTO BECCANTINI
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