Benevento, Juve, Torino, Cagliari e Atalanta. In cinque giornate il Milan si gioca l'accesso alla fase a gironi della Champions League. Un traguardo che manca dal 2013. Una vita fa. Un obiettivo che al giro di boa del campionato (festeggiato dal Diavolo da campione d'inverno) sembrava una formalità, ma che ora si è trasformato in un miraggio, reso ancora più lontano da calendario sfavorevole e morale a terra. A guardare i freddi numeri, la creatura di Stefano Pioli assomiglia al racconto di Dr Jekyll e Mr Hyde di Robert Louis Stevenson. Sull'onda dell'entusiasmo post-lockdown, nelle prime 14 partite del girone di andata i rossoneri avevano conquistato 34 punti (10 vittorie e 4 pareggi). Da gennaio 2021 il crollo: 23 punti con 5 sconfitte e 2 pareggi. Undici punti in meno che raccontano alla perfezione il tunnel negativo imboccato dai rossoneri. Una crisi che affonda le radici in ragioni di carattere tecnico e fisico, ma che ha anche (e soprattutto) risvolti psicologici.

1) La difesa non è più una sicurezza

Dall’inizio del 2021 ad oggi, in campionato, il Milan ha subito 25 gol contro i soli 28 segnati (in tutto il post-lockdown fino alla fine del 2020 ne aveva subiti 26) e ha mantenuto la porta inviolata in sole cinque occasioni, contro Benevento, Cagliari, Torino, Crotone e Verona. Un dato figlio della difficoltà di Pioli ad avere la linea a 4 titolare, ma anche di un minore pressing sugli avversari dalla mediana in su. Il Diavolo si fa schiacciare spesso e volentieri nella propria area di rigore e fa fatica a "ripiegare" quando perde palla in attacco. Lo si è visto in più di un'occasione nella figuraccia dell'Olimpico contro la Lazio. La linea di confine del cambio di approccio è datata 13 febbraio, giornata numero 22, quando i rossoneri sprofondarono nel peggiore dei modi a La Spezia. Da lì, salvo isolati momenti di lucidità, il Milan non è stato più lo stesso.
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2) Stagione lunga e infortuni

La lunghissima stagione rossonera, iniziata a Dublino contro lo Shamrock Rovers e arrivata all'impegno numero 48 contro la Lazio, ha influito sulla condizione fisica di tanti elementi, soprattutto nelle ultime settimane: Pioli continua ad assicurare che il down non sia dovuto a difficoltà sul piano atletico, ma molti elementi della rosa sembrano aver finito la benzina. Su tutti Kessie, ma anche Hernandez, Bennacer e Calhanoglu. E poi gli infortuni. Ce ne sono stati una ventina da gennaio, alcuni di lungo termine (vedi Bennacer, Romagnoli, Calabria e Mandzukic), altri reiterati (vedi Theo e Ibra). Le seconde linee, seppur ben integrate nel gruppo squadra, non sono riuscite a fare la differenza. In questo incide anche il mercato di riparazione: eccezion fatta per Tomori, i nuovi arrivati non hanno convinto.

3) L'assenza del totem Ibra

Nelle già citate 14 giornate da sogno di inizio campionato, Zlatan Ibrahimovic è stato il protagonista indiscusso del Diavolo, al netto di Covid e infortuni: 10 gol e un assist. Nella seconda parte della sua stagione, contraddistinta da calo fisico, altri stop causa infortunio, Sanremo, convocazione in Nazionale ed espulsione a Parma, la sua assenza si è fatta sentire non tanto per l'apporto realizzativo (5 gol), ma sotto il profilo motivazionale. I numeri parlano ancora una volta chiaro: nel girone di ritorno con lo svedese in campo il Milan ha conquistato una media di 2 punti a partita, senza 1,2.
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Nessuno è riuscito a prendersi la squadra sulle spalle quando non c'era il gigante di Malmoe: Calhanoglu, Leao, Mandzukic e Rebic hanno prodotto tutti insieme 16 reti. Per non parlare degli altri giocatori offensivi: due gol Diaz, Hauge e Saelemaekers, uno Castillejo. Col Benevento Ibra tornerà titolare, il Milan non può che aggrapparsi al suo totem se vuole sperare nel ritorno nell'Europa che conta.

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