Il soprannome di ‘Maestro’ può essere un'etichetta pesante. E Andrea Pirlo ne sta saggiando le difficoltà per la prima volta, proprio in queste ore. La figuraccia contro il Benevento sembra aver risvegliato il mondo Juventus da un incantesimo in cui tutto sommato pochi, solo i più lucidi, non erano caduti a inizio stagione. Dirigenza, stampa, discreta parte dell’opinione pubblica, avevano salutato la scelta Pirlo come una mossa rischiosa sì, ma al tempo stesso coraggiosa. Per alcuni addirittura doverosa, come se lo Scudetto vinto da chi aveva preceduto non valesse nulla, fosse stato figlio dello spirito santo più che di concrete scelte tecniche di chi, sulla panchina di quella squadra, fino a prova contraria, aveva messo in fila per due volte quell’Inter poi arrivata seconda – e che oggi domina il campionato italiano.
Una scelta, quella di Andrea Pirlo, legata evidentemente ad altre dinamiche, come spogliatoio, feeling, immagine. Concetti che meriterebbero un capitolo a parte, forse addirittura un libro, ma che non spostano il succo della questione. Con Andrea Pirlo, prima il presidente della Juventus Andrea Agnelli e poi il ds Fabio Paratici, avevano usato queste precise parole: “Crediamo che Andrea sia un predestinato”.

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Tra il dire e il farec’è di mezzo il mare. Ed è la saggezza popolare a ricordarcelo. Quella del calcio, invece, avrebbe imposto qualche riflessione in più. Essere stati ‘maestri’ dentro il campo non significa automaticamente esserlo anche fuori. Il più grande di tutti, Diego Armando Maradona, ne è stato forse l’esempio più lampante. Poi, certo, ci si può costruire, migliorare, crescere. Non è un caso forse che la sconfitta più emblematica di questa stagione juventina e della gestione Pirlo sia arrivata contro una figura che un processo simile a quello del tecnico bianconero, in passato, l’aveva provato sulla propria pelle: Filippo Inzaghi. Già, anche Superpippo, in fondo, si era ritrovato qualche anno fa nell’identica condizione dell’amico Andrea: zero esperienza, la panchina di un club enorme... E risultati fallimentari. La crescita dell’allenatore Inzaghi è dovuta così ripartire dall’inevitabile gavetta, dalla provincia, dove gli errori non finiscono sotto la lente d’ingrandimento dell’intera industria mediatica; dove sbagliare non significa compromettere bilanci e politiche di gestione del club per gli anni successivi.

Filippo Inzaghi Milan 2015 LaPresse

Credit Foto LaPresse

La storia di Pirlo alla Juventus – fin qui, parliamoci chiaro, fallimentare su tutta la linea, siano queste idee di gioco espresse, basi per il futuro o più semplicemente risultati alla mano – insegna ancora una volta che tecnici vincenti non ci si inventa dall’oggi al domani. O meglio: che la trasposizione sul campo di un’idea di fondo è arte assai complicata da mettere in pratica. Sette mesi dopo risultano così grotteschi i titoloni estivi, le esagerazioni di una parte di chi fa il nostro lavoro, volti ad accaparrarsi una scelta che forse sarebbe stato più opportuno trattate con parole più prudenti. Perché in fondo Andrea Pirlo in questo momento paga anche questo: l’enorme aspettativa basata sul nulla, sull’illusoria convinzione che quel genio assoluto espresso sul campo sarebbe automaticamente stato vincente anche alla lavagna, che le deliziose intuizioni in scarpini sarebbero state tali anche in completo d’ordinanza a bordocampo.
Non è stato così. Più che genio o 'Maestro', più che Pirlolandia, alla Juventus si scontrano oggi con la realtà dei fatti: nella storia del gioco, quelli senza esperienza ma vincenti da subito sulla panchina di un grande club si contano sulle dita di una mano.
La Juventus di questa stagione invece paga tutta l’inesperienza del caso. Massimiliano Allegri ieri sera chiudeva la sua apparizione televisiva negli studi di Sky affermando che per un allenatore “se a novembre/dicembre ancora non hai messo a posto le cose, significa che sei nei guai”. Ecco, la Juventus di Pirlo, nei guai, lo è palesemente. Con tutte le attenuanti del caso per una stagione sfortunata dal punto di vista degli infortuni, alla Juve manca un’impronta precisa. Mancano gli automatismi. Manca la cattiveria agonistica. Non sorprende, dunque, che manchino i risultati.
STAGIONEALLENATOREPUNTI (Posizione)
2011/12Conte53 (2°)
2012/13Conte59 (1°)
2013/14Conte72 (1°)
2014/15Allegri64 (1°)
2015/16Allegri61 (1°)
2016/17Allegri67 (1°)
2017/18Allegri71 (1°)
2018/19Allegri75 (1°)
2019/20Sarri66 (1°)
2020/21Pirlo55 (4°)
*In tabella l'andamento della Juventus dopo 27 giornate negli ultimi 10 anni
Valutazione che evidentemente, con l’incantesimo rotto dal gol di Adolfo Gaich, da questa mattina, qualcuno racconta abbiano iniziato a fare anche alla Continassa. Se così fosse, non ci sarebbe da sorprendersi. Di fonte infatti c’è la realtà concreta delle cose: il posto in Champions League, per questa Juventus, è tutt’altro che scontato. E finire fuori dalle prime 4, dopo un anno di pandemia e ciò che questo ha significato per il bilancio, è qualcosa che a Torino proprio non possono permettersi.

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