"Nel mio percorso ogni tecnico ognuno mi ha dato qualcosa, a partire da Lucescu e la sua tattica e tecnica. Poi Mazzone, Ancelotti, Conte, Lippi. Di bravissimi ne ho incontrati tanti. Mi ha impressionato però di più Conte, il più penetrante e convincente. Ti faceva entrare in testa ciò che diceva in pochi secondi". Era il marzo del 2017 e con queste parole Andrea Pirlo si raccontava dopo essersi ritirato dal calcio giocato. Alla Juventus si ponevano le basi di un percorso che avrebbe portato alla seconda finale di Champions League in 3 anni con Massimiliano Allegri. Difficile ipotizzare che solo 3 anni dopo la Juventus si sarebbe trovata a cambiare il terzo allenatore. Impossibile pensare che l'ultimo di questi sarebbe stato, senza esperienza, Andrea Pirlo. Un uomo che a quelle parole avrebbe poi aggiunto: "Se sono diventato allenatore è perché ho visto e ascoltato Antonio". Insomma, pochi dubbi a riguardo: se c’è un momento in cui utilizzare con senso la stra-abusata narrazione del maestro e dell’allievo, questo è per il primo incrocio in panchina da avversari tra Antonio Conte e Andrea Pirlo.

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Il secondo ispirato dalla scuola del primo, che nella sua ormai esperienza juventina di quasi dieci anni fa – il tempo vola davvero – fu in grado di rilanciare i bianconeri e di spremere con successo l’ultima e ancora vincete parte di carriera del Pirlo giocatore; fondamentale per plasmare quelle evoluzione che fu la prima Juventus di Conte.
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2014, Andrea Pirlo, Antonio Conte, AP/LaPresse

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Conte: da rivoluzionario a integralista

Già perché le similitudini tattiche tra il primo Conte allenatore e il primo Pirlo, ci sono eccome. Oggi assoluto integralista di un credo in cui è il giocatore a doversi adattare a un modulo – il caso Christian Eriksen la miglior confutazione di questa tesiConte nasce in realtà con uno spirito sperimentale e rivoluzionario. Alla Juventus il tecnico pugliese si presentò infatti con quell’idea di 4-2-4 in cui era dagli esterni offensivi che i bianconeri avrebbero dovuto far sfoggio delle proprie forze. Accortosi però di non avere questi grandi interpreti, ma anzi di essersi trovato in casa un Arturo Vidal, Conte rivoluzionò il suo credo, dando vita a quel 3-5-2 che l’ha portato a vincere ovunque. Dai 3 Scudetti alla Juventus alla Premier League vinta al primo colpo davanti a tutti i mostri sacri della panchina – Guardiola, Klopp, Mourinho –, passando per il trionfo in Nazionale – perché potare quel mediocre gruppo a proporre quel calcio non si può definire in nessun’altra maniera – fino alla recente rivoluzione dell’Inter: una squadra attaccata e discussa per mille motivi, ma che dalla sua prima stagione può vantare un secondo posto in campionato e una finale di Europa League. Sono stati probabilmente proprio i risultati a trasformare Conte in un integralista del suo credo; meno flessibile e forse proprio per questo oggi meno appetibile come allenatore, ma certamente una certezza in termini di obiettivi: con Conte, tendenzialmente, al traguardo finale prefisso, ci si arriva.

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Pirlo: da filosofo a pragmatico

E l’allievo Pirlo per ora, proprio dal punto di vista dell’iniziale flessibilità, si sta dimostrando simile a quel Conte. Arrivato con l’idea romantica di quel filosofo che ha rivoluzionato tutto il calcio che oggi ammiriamo in Europa e non solo – Pep Guardiola – Pirlo ha presto intuito che la teoria è un conto e la pratica è tutt’altro paio di maniche. Oltre alle idee servono gli interpreti. E la Juventus la qualità necessaria per far quel gioco in mezzo al campo se la può solo sognare. E dunque il pragmatismo si è fatto spazio nel pensiero di Pirlo. La sua è una Juventus ancora alla ricerca di una vera dimensione – come dimostrano le gerarchie indefinite in mediana – ma ultimamente qualche progresso si è intravisto. O meglio: lo si è visto quando le partite hanno proposto un avversario degno di nota.

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Già perché quello che pare differenziare le prime Juventus di Conte e Pirlo è la cattiveria, la “tigna”. Quella di Conte si intuì da subito sarebbe diventata una squadra difficile da sconfiggere. E non a caso, nonostante tanti interpreti mediocri, terminò il campionato da imbattuta. La squadra di Pirlo invece non si avvicina minimamente a quello spirito. Cosa che invece il calcio di Conte continua ad avere come minimo comun denominatore di tutte le sue esperienze in panchina. Dal Bari al Siena, dalla Juventus alla Nazionale, dal Chelsea all’Inter. Tra i tanti attacchi arrivati dai media nei confronti dei nerazzurri, infatti, quasi nessuno ha sottolineato come l’Inter di Conte nel momento più complicato della sua stagione – ovvero l’eliminazione in Champions League – abbia infilato una striscia di 8 vittorie consecutive in campionato, interrotte solo dal ko a Marassi contro la Sampdoria. La Juventus di Pirlo, di contro, solo qualche giorno fa nel match col Sassuolo è riuscita a trovare la terza vittoria di fila in Serie A: metà gennaio. E questa non è mai nella vita solo una questione tattica, ma senza dubbio anche caratteriale.
Se il calcio di Pirlo e la sua Juventus saranno in grado di ripercorre i risultati e il processo di crescita di quelli di Conte sarà solo il tempo a poterlo spiegare; così come sarà in grado di dirci se Conte riuscirà a porre le medesime fondamenta per un ciclo di successo anche all’Inter così come fece alla Juve. Nell’incrocio di domenica sera uno snodo ovviamente importantissimo per entrambi: la possibilità di chiudere una porta in faccia, o quella di rientrare di prepotenza. Con un maestro alle prese con le insidie di un integralismo figlio dei propri successi e un allievo alla caccia di una forma più eterogenea di una struttura ancora troppo fragile.

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