Abbottonata, capace di soffrire e al contempo anestetizzare strada facendo la ruspante Atalanta di Gasperini colpendo alla prima occasione buona: possiamo scorgere tra le pieghe della vittoria di lunedì scorso contro la Dea il manifesto dell’Inter di Conte, accostata nelle ultime setttimane a un'illustre antesignana. Già, il paragone con l’Inter di mister Giovanni Trapattoni - quella dello scudetto dei record datato 1988/1989, per intenderci - a molti è sembrato naturale.

Trap e Conte, stesso piglio

Serie A
Moratti: "Inter, scudetto è in tasca. Conte più che un allenatore"
09/03/2021 A 17:11
Entrambi martelli per indole, entrambi provenienti dall’universo Juve, entrambi vincenti: le traiettorie calcistiche di Giovanni Trapattoni e Antonio Conte non sono poi così agli antipodi. Anzi. Nello spirito dell’Inter di Conte si possono facilmente riscontrare derivazioni della Beneamata del Trap: abilissimi, i due tecnici, ad entrare nella testa dei giocatori al preciso scopo di forgiare un gruppo granitico, dentro e fuori dal campo. On a mission direbbero Oltreoceano, dove missione fa rima con scudetto.
Trapattoni e Conte possono fregiarsi di comuni e prestigiosi trascorsi da calciatori, essendo stati entrambi centrocampisti della Nazionale. Più incontrista Giovanni, più incursore Antonio: ambedue, ça va sans dire, gladiatori sui rettangoli di gioco; l'uno maestro, l'altro allievo - particolarmente ricettivo, col senno di poi - ai tempi della Juventus.
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Il marchio del 3-5-2

Nemmeno la disposizione tattica delle due Inter è poi così dissimile: se la squadra dell’'88/'89 si schierava con una sorta di 1-3-4-2 con il libero Mandorlini staccato dai due centrali Bergomi e Ferri, in fase di possesso lo sviluppo dell’azione portava i nerazzurri a indossare un abito molto affine al 3-5-2 di Antonio Conte, con il terzino “fluidificante” Brehme ad arare la fascia sinistra e Alessandro Bianchi a spingere sulla corsia opposta, le due mezzali a supporto del regista Matteoli (con Lothar Matthaeus libero di dipingere gioco sulle trequarti) e la coppia d'attacco composta da Ramon Diaz e Aldo Serena.
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Le coppie gol

Il déjà vu più immediato riguarda proprio i rispettivi reparti avanzati: la coppia Diaz-Serena evoca quella formata da Romelu Lukaku e Lautaro Martinez. Non tanto e non solo per le caratteristiche fisiche/tecniche – si tratta di attaccanti leggermente diversi sotto questi punti di vista – quanto per il loro perfetto assortimento e la conseguente, spiccatissima, vena realizzativa. In una Serie A a 18 squadre Diaz (12) e Serena (22) addizionarono 34 gol, la LuLa veleggia al ritmo di 31 reti. Tanto complementari quanto prolifici, punto di riferimento e appoggio imprescindibile per le due squadre.

Corsi e ricorsi

Lente d'ingrandimento alla mano, risultano simili anche i percorsi delle due Inter a confronto. L’armata del Trap venne spazzata via dalla Coppa Italia per mano della Fiorentina di Baggio-Borgonovo e subì l’onta dell’eliminazione dalla Coppa Uefa davanti ai propri tifosi quando il Bayern ribaltò lo 0-2 di Monaco con un roboante 3-1 a San Siro al ritorno degli ottavi di finale. Fuori dalle coppe prima del dovuto ma capace di gettarsi anima e corpo sul campionato, proprio come la banda Conte. A seguito di un dominio senza precedenti quell'Inter di Trapattoni sollevò il suo tredicesimo scudetto a nove anni distanza dall'ultimo trionfo: anche il digiuno attuale dei nerazzurri è considerevole, ammontando a undici anni.
Analogie sparse: anche il Torino - prossimo avversario dell'Inter di Conte - quell’anno battagliava per salvarsi e, confrontando le prime sei posizioni della classifica di 1989 e 2021, c'imbatteremo nelle stesse squadre (in ordine differente) con le uniche eccezioni di Sampdoria quinta nell'89 e Roma quarta forza dell'attuale campionato. Minimo comun denominatore: Inter a guardare tutti dall'alto in basso.
Il Trap si è confermato il più formidabile tecnico di scuola italiana. Il suo italianismo ha trionfato anche degli psicolabili che grottescamente lo avevano accusato di non saper dare un gioco all’Inter (Gianni Brera, 1989)

Elica del dna nerazzurro

Volendola mettere sul filosofico scomoderemmo la teoria evoluzionistica di Darwin. Un condottiero in panchina, una difesa granitica, squadre organizzate e fisiche, gruppi coesi: sono questi gli ingredienti dei cicli nerazzurri vincenti, per farla breve. Le suddette caratteristiche non fanno certo difetto alle squadre di Trapattoni e Conte: l’una evoluzione del catenaccio ammodernato da Bearzot e come tale capace di ripartenze qualitative (altroché!) grazie alla tecnica individuale degli interpreti – emblematiche le 26 vittorie e ancor più i 67 gol messi a segno – l’altra più armonica in ossequio agli stilemi del calcio moderno ma egualmente compatta e in grado di sciorinare una fase difensiva da manuale: due squadre con dna Inter. A Conte non resta che completare l’opera regalandosi la possibilità di banchettare in compagnia di Giovanni Trapattoni e dei più grandi generali nerazzurri.
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