Sinisa Mihajlovic non è mai banale. Prima di essere un bravo allenatore, il serbo, è sicuramente un personaggio fantastico. Un uomo dalla spiccata personalità, capace di lottare contro tutto e tutti e con la battuta sempre pronta. È molto difficile trovarlo impreparato, come se sapesse in anticipo le domande che andrai a sottoporgli. Claudio Pellecchia lo ha intervistato per Esquire: eccone un estratto.

Sui colleghi ex calciatori

"Fino a una ventina d’anni fa nessun calciatore voleva allenare, adesso vogliono farlo quasi tutti. Credo dipenda dal fatto che, comunque, il nostro è un percorso professionale e di vita atipico: a 35, 36 anni una persona normale inizia a ritagliarsi i suoi spazi, comincia a vivere, un calciatore invece interrompe ciò che è stata la sua vita fino a quel momento. A quel punto, quindi, o si resta nel mondo del calcio in qualunque veste, o si fa altro se ne si è capaci oppure si rischia di restare senza far niente. In ogni caso non è facile, perché si tratta di due modi di fare calcio differenti, ma se uno è intelligente e programma bene il futuro può pensare di fare l’allenatore a buoni livelli, anche se una grande carriera da giocatore non sempre ti garantisce il successo anche in panchina".
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La relazione con i calciatori

"La gestione è la parte più importante e la più difficile, forse più che allenare. Personalmente quando parlo di gestione mi riferisco alla capacità di entrare nella testa dei calciatori: ognuno ha il proprio carattere e ognuno la necessità che gli si parli nel modo giusto, che gli venga data la ‘medicina giusta’, ciò di cui ha bisogno in quel determinato momento. Bisogna conoscersi, interagire, parlarsi molto, per capire la loro personalità e avere il giusto approccio sempre".

L'importanza dello staff

"Direi che è fondamentale perché non c’è allenatore al mondo che sappia far tutto. Ognuno di noi conosce i propri pregi e i propri difetti, quindi è importante trovare uno staff che condivida la tua visione del calcio, che ti aiuti a comprendere quali siano i tuoi limiti e a crescere. Non mi piacciono gli ‘yes men’ voglio che il mio staff mi dica tutto ciò che pensa nel bene e nel male, perché posso sbagliare e loro possono e devono aiutarmi a capire, riflettere, risolvere".

Allenare in era covid

"All’inizio è stato tutto molto strano perché bisognava far capire ai ragazzi che quel 20% di energia in più che proveniva dal supporto del pubblico bisognava trovarlo dentro di noi. Oggi, purtroppo, una situazione del genere è diventata a sua volta la normalità, ma quando tutto ritornerà come prima – speriamo presto – credo che sarà ugualmente un trauma, perché ormai ci siamo abituati a queste condizioni. Ma ci abitueremo ancora: perché questo non è calcio così come, in proporzione, questa non è vita".

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Costruzione dal basso: vantaggi e svantaggi

"Non credo ci sia una regola, una via più giusta dell’altra. Anche a me piace quando riusciamo a costruire dal basso ma, allo stesso tempo, sono uno che non ama rischiare: se di fronte abbiamo una squadra che pressa bene preferisco che la palla vada subito in avanti. La cosa importante è valutare i calciatori che ho ha disposizione, le loro qualità tecniche, le loro attitudini, quanto si sentono a proprio agio in determinate situazioni".
Come in tutte le cose, esagerare non è mai la soluzione, perché un conto sono le mie idee, un conto quanto di queste idee i calciatori sono in grado di replicare in campo con successo e senza snaturarsi.

Differenza Italia/Europa

"La mia squadra, ad esempio, è molto intensa, è una squadra dalla mentalità europea, una squadra che pressa alto, che accetta l’uno contro uno, che ha una sua identità e che gioca sempre allo stesso modo, che si trovi di fronte l’Inter o lo Spezia. Per me è una questione di abitudine e di valori tecnici. Le grandi squadre italiane che in Serie A riescono comunque a battere il Bologna nonostante sia molto intenso, quando in Europa trovano una squadra intensa come il Bologna ma con una qualità tecnica superiore, poi perdono. L’intensità si può allenare, l’abitudine a confrontarsi con avversari così tecnici e intensi allo stesso tempo non sempre".

Capitolo punizioni

"Alleno da oltre dieci anni e solo un paio di volte un calciatore mi ha chiesto di restare sul campo dopo l’allenamento per provare le punizioni: e se non ti alleni per segnarle in allenamento come puoi pensare di segnarle in partita? Quando calciavo io sapevo già che avrei segnato, perché era un gesto sul quale mi ero esercitato tanto e per tanto tempo: a un certo punto mi veniva naturale. Oggi non c’è più la fame, la passione, la voglia di allenarsi su questo fondamentale. Se oggi, a 52 anni, tornassi ad allenarmi sulle punizioni per un mese sono convinto che farei più gol di quelli di oggi. E io ho smesso da quasi vent’anni".

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