L'epilogo di Supercoppa ha spostato un trofeo, non ancora o non proprio "il" giudizio. La Juventus doveva ricominciare; il Napoli, continuare. Una grande squadra ai piedi di una svolta che coinvolge l’estetica e la gioventù; e un’altra che, in questi nove anni di tirannia, senza Madama avrebbe vinto quattro scudetti - uno con Walter Mazzarri, due con Maurizio Sarri, uno con Carlo Ancelotti - ma non riesce a colmare l’ultimo vuoto. Dopo la "diserzione" di San Siro, Andrea Pirlo si è corretto. Dopo il "set" con la Fiorentina, Rino Gattuso non ne aveva bisogno; gli bastava, paradossalmente, convincere i suoi a non aver paura della Juventus. E invece ne hanno avuta al punto da "aggiudicarsi" gli episodi (il rigore ciccato da Lorenzo Insigne, le parate di Wojciech Szczesny), non però la trama e tanto meno il risultato.

Pirlo: "Orgoglio, sacrificio, intensità: abbiamo vinto così"

Nell’epoca del Covid e dei calendari intasati si gioca un calcio che sfugge ai canonici strumenti di verifica, penso al Bayern eliminato in coppa da un sodalizio di serie B e al Real addirittura da uno di C. Finora, in Italia, fra campionato e appendici varie soltanto il Milan ha colto e conservato una continuità ad alto livello. Non l’Inter, già fuori da tutto in chiave europea, anche se capace di una striscia di otto vittorie. E non, a maggior ragione, la Juventus, le cui montagne russe continuano a gonfiare le analisi: il Barcellona (0-2, 3-0), da Parma (4-0) alla Fiorentina (0-3), dall’Inter (0-2) al Napoli (2-0). Sinceramente: troppi sbalzi, come la classifica, notaio inflessibile, certifica.
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Le 5 verità di Juventus-Napoli: Cuadrado fondamentale
21/01/2021 A 08:59

Dejan Kulusevski, Kalidou Koulibaly, Juventus-Napoli, Getty Images

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Si sapeva del prezzo che avrebbe pagato Pirlo, un senza-gavetta proiettato al vertice del club egemone. Si sapeva, altresì, dello scotto che avrebbe zavorrato i Federico Chiesa e i Dejan Kulusevski nel trasloco dalla bassa all’alta marea. Con un occhio all’età di Cristiano, ai contagi e al decollo laborioso di Arthur. La Juventus di domenica era un "volgo disperso". La Juventus di Reggio Emilia è stata un collettivo: quanto forte, non lo sa più nemmeno lei. Per il semplice fatto che ha smarrito le certezze che, viceversa, le milanesi hanno trovato e moltiplicato.
Se tutti i giocatori di tutte le formazioni di serie A dessero il massimo, la rosa della Juventus rimarrebbe la più competitiva. Ripeto: se lo dessero tutti, proprio tutti. In compenso, se non lo danno - o perché non ci riescono o perché abbiamo sbagliato noi - le prospettive cambiano. Del 3-1 al Milan, in passato, avremmo parlato di regola: oggi, il termine più appropriato è eccezione.

Weston McKennie

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Pirlo deve scegliere un centrocampo di riferimento: il meno vago mi sembra il trio Weston McKennie, Arthur, Rodrigo Bentancur. In attesa di Matthijs De Ligt, il rientro di Juan Cuadrado, regista occulto "deportato" sulla fascia, si è rivelato prezioso. E poi il mister: la notte del Camp Nou era il Maestro; la sera dell’Inter, un pirla. E se, d’improvviso, la Signora, "questa" Signora, fosse diventata per stimoli ondivaghi, pancia piena, lavori in corso, più da coppa che da torneo?
Urge conferma già domenica, con il Bologna. Non mi fido ancora.
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