Nel campionato che l’Inter controlla anche dall’infermeria, il Milan, e non più la Juventus, prova a dare un senso alla primavera che irrompe, “fredda come i capezzoli di una strega” (da “Il giovane Holden” di J. D. Salinger). Zavorrato da un doppio 0-1 casalingo - con il Napoli e il Manchester United - e mezzo incerottato, ha vinto a Firenze di cuore e di testa, facendosi rimontare e poi rimontando. Sullo sfondo di un torneo strano, in balìa del covid e di montagne russe che, tranne l’Antonio Conte del post Europa, stanno condizionando, a turno, un po’ tutti, il Diavolo di Stefano Pioli (e Paolo Maldini, mi sia permesso) viene meno di rado al suo stile, alla sua personalità. Ha avuto cali grossolani - con l’Atalanta, con lo Spezia, in parte con il Napoli - ma ha sempre saputo porvi rimedio.

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Nazionali, tutti i convocati: Milan e Napoli, via in 14
22/03/2021 A 13:40
La ricetta si chiama armonia. Chiunque vada in campo. Al Franchi si è subito sentito il peso di Zlatan Ibrahimovic, titolare di ritorno, suo il gol che ha spaccato il fragile equilibrio; si sono colti i progressi di Brahim Diaz, autore del 2-2 che gelava la riscossa di Erick Pulgar e Franck Ribéry; e la rifiorita vena di Hakan Calhanoglu, al quale si deve la firma in calce al tabellino. Colpito dal virus, fiaccato da problemi a una caviglia, il turco era scomparso dai radar. Rimane rotella preziosa. E’ il trequartista che vaga seguendo un minimo di lavagna e un massimo di istinto, pronto a creare la superiorità numerica che Coverciano raccomanda a ogni stagista.

Hakan Calhanoglu ha ritrovato il gol dopo un periodo di appannamento post Covid

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Il Milan è secondo e ha 17 punti in più di un anno fa. Non basteranno per assicurarsi lo scudetto ma, salvo crolli che sarebbero oggettivamente fragorosi, basteranno per garantirsi la zona Champions che, alla vigilia, costituiva l’obiettivo più credibile: anche se poi, per un certo periodo e fino al derby del 21 febbraio, qualcuno si era illuso. Non ci sono segreti. Ci sono lavoro, spirito di gruppo, condivisione. La Viola di Cesare Prandelli era reduce dal rocambolesco 3-3 con il Parma - rimediato, su autogol, agli sgoccioli degli sgoccioli - e dalla vendemmia di Benevento (4-1, tripletta di Dusan Vlahovic): non proprio una cima Coppi, ma neppure una tappa pianeggiante.
Ci voleva una partita di sciabola, il Milan l’ha fatta: sempre. Nei momenti di euforia, senza specchiarsi, e nei frangenti di sofferenza, senza spaventarsi. La Juventus di Andrea Pirlo, tanto per rendere l’idea, fatica a concentrarsi sul pezzo. Pioli, viceversa, lo ha insegnato e ottenuto. C’è sempre un filo conduttore nelle trame, al di là dell’esito. E dall’ultimo mercato è arrivato un difensore, Fikayo Tomori, che lì per lì nessuno aveva preso sul serio. Si sta rivelando lo scudo che Alessio Romagnoli non era più in grado di offrire.

Fikayo Tomori

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Fuori dalle coppe, resta il campionato. Sei punti in meno dell’Inter, sei in più della quinta, il Napoli. Con la variante dei recuperi (Inter-Sassuolo, Juventus-Napoli) a confondere la classifica. Altro che miraggio, il podio. E le vedove di Ralf Rangnick, “der professor”? Consolabilissime, secondo costume italico.
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Pioli: "Ora serve determinazione per prenderci la Champions"

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