"Un'esperienza indimenticabile". Sinisa Mihajlovic racconta l'incontro con Papa Francesco in un'intervista a Tuttosport: "E' un uomo saggio, gentilissimo e anche simpatico con la battuta pronta. Sono andato con mia moglie e sua madre e quando gliele ho presentate mi ha detto che mi dovrebbero fare santo subito visto che mi ero portato anche la suocera! Io sono metà ortodosso e metà cattolico, ma il Papa è il Papa. Ora sono arrivate le foto di quel giorno e le voglio incorniciare per appenderle. Il Papa è un tuttocampista, può ricoprire ogni ruolo. L’importante è che stia in campo. Farebbe la differenza".

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La preghiera

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"Ho iniziato a pregare quando sono andato a Medjugorje una quindicina di anni fa per la prima volta con Paolo Brosio. In quel posto mi è successa una cosa che non mi era mai accaduta, non avevo mai provato. Quando sono arrivato là mi sono sentito di colpo come un bambino. Mi sono seduto su una panchina e sarei potuto stare così all’infinito, stavo benissimo. E’ stato il momento più bello della mia vita, ero beato! In quella circostanza ho pianto tre o quattro volte ma non so dire perché. Su quella panchina è come se mi fossi ripulito, come se avessi tolto una pietra dal cuore. Da lì ho iniziato a pregare. Solo che commettevo uno sbaglio, pregavo solo quando avevo bisogno, un po’ come tutti. Sono andato un po’ in conflitto, a volte Dio mi aiutava, a volte no. Poi ho capito che bisogna pregare sempre, da prima della malattia prego due volte al giorno. Ma non bisogna dire 'voglio, voglio...', ma 'grazie, grazie...'".

Pregi e difetti

"Io ho tanti vizi. Diciamo che la qualità migliore è che non mollo mai. Non mi do mai per vinto, sono sempre positivo e penso positivo. E nei momenti negativi cerco sempre di trovare il lato buono e con quello cerco di andare sino in fondo. Difetti ne ho tanti anche se con gli anni un po’ li ho migliorati. Uno che ho sempre avuto è stato quello di non essere paziente. Con la malattia invece ho trovato la pazienza. Quando mi sono ammalato il mio obiettivo era innanzitutto, ovviamente restare vivo, ma poi uscire dalla malattia come un uomo migliore. Ora sono meno impulsivo, più riflessivo e più paziente".

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L'Italia

"C’è poco equilibrio, troppa esaltazione o depressione, in tutti i campi, non solo nel mio lavoro. Non c’è una via di mezzo. Vediamo per esempio il lockdown, non c’è stato un atteggiamento responsabile. Con il rosso giustamente tutti in casa, poi il primo giorno in cui si riapre tutti in massa fuori. E poi durante la chiusura quanta gente si è scoperta amante della corsa, li vedi da lontano anche solo per come corrono o sono vestiti che non c’entrano niente con il fare jogging. Il problema è che in Italia tutti si ingegnano per aggirare la regola appena è uscita. Come virtù direi che la gente è aperta, con tante qualità e talenti. Per me è il Paese più bello del mondo, ha tutto".

La guerra da bambino

"Quando c’è la guerra la paura più grande è quella di morire o che muoiano i tuoi cari o gli amici. Quando cadono le bombe, poco prima, c’è un fischio. Quando si è nei sotterranei e li senti, a seconda di quanto lo senti lontano capisci se la bomba sta per caderti in testa o a dieci metri. Quello è un momento terribile, quel fischio è la paura più grande".

Sinisa bambino e la fame

"Io ho sempre pensato da piccolo che sarei diventato un calciatore, ma questo credo sia un sogno che riguarda nove ragazzini su dieci. Però avevo una cosa speciale: molta fame. L’unico modo per uscire da quella condizione di povertà e sconfiggere la fame era riuscire davvero a imporsi. Così mi sono sacrificato tanto, perché Dio mi ha dato il talento ma io ho lavorato moltissimo per diventare un calciatore. E quando arrivi o credi di essere arrivato non devi mai dimenticare da dove sei partito. Tanta gente arriva e poi scorda le sue radici. Io ogni giorno ripenso a cosa ero da piccolo. Per questo ogni giorno cerco di dare il massimo. L’ho scritto anche nel mio libro “La partita della vita” che la mia famiglia era povera, potete immaginare 45 anni fa come vivevamo. Mia mamma solo una volta ogni tanto riusciva a comprare le banane. Anzi, la banana, che dovevo dividere con mio fratello. Adoro le banane, mi piacciono tantissimo ma non potevo mangiarle quasi mai. Una volta dissi a mia mamma, 'Sai, un giorno da grande quando diventerò ricco mi comprerò un camion di banane e me le mangerò tutte da solo!'. Questo era il mio desiderio più grande. Questo ero io a 7 o 8 anni. Ora un ragazzino non ha certo un desiderio di avere un camion di banane. I miei figli le fanno diventare nere! Manco le guardano".

I figli

"Purtroppo i figli me li sono goduti troppo poco perché li ho avuti quando ero giovane e giocando ero sempre in viaggio tra partite e ritiri. L’ultimo figlio, il più piccolo, è quello che sto vivendo di più. Ma è bello averli da giovane perché quando diventano grandi si trasformano quasi in amici. La mia prima figlia nata nel 1998 non me la sono goduta come l’ultimo. Credo di essere sempre stato un padre giusto, a me piacciono regole e discipline. Il primo figlio cambia tutto, poi subito dopo ho avuto un’altra figlia femmina e ha cambiato ancora tutto però poi dal secondo al terzo, da terzo al quarto e al quinto non cambia niente. Premesso che devo ringraziare tantissimo mia moglie per tutto quello che ha fatto e fa per loro".

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"Io penso che l’unica preoccupazione che devono avere i miei figli è quella di studiare perché non hanno nessun altro problema a cui pensare. E devono finire l’università. Poi il lavoro che faranno non mi interessa, magari non avrà nulla a che fare con gli studi che hanno fatto ma devono finire l’università. Hanno tutto, ora non devono andare a fare lavoretti per trovare soldi, glieli do io. Ma loro devono laurearsi. Se non finiscono non gli do un ca...".

Il vero Mihajlovic

"Sono duro sulle cose dure ma sono una persona molto sensibile. Con questa malattia con cui ho dovuto combattere sono migliorato in questo senso. Anche prima piangevo ma non mi facevo vedere, ora invece se devo piangere piango e non me ne frega niente. Sono capace a chiedere scusa e anche a perdonare. Non sono come magari mi vedete da fuori. Se doveste parlare anche con i miei giocatori di una volta non diranno che sono un sergente di ferro ma una persona leale che vuole disciplina e regole. Io ho giocato in una Nazionale che se ci prendevi uno per uno eravamo i più forti al mondo ma non abbiamo mai vinto nulla perché non c’erano regole e ognuno faceva quello che voleva. Allora il talento non basta. Ecco perché i miei figli sono cresciuti con le regole. Perché ho detto che dal terzo figlio in avanti non è cambiato nulla? Perché avevamo messo le norme, e quindi c’era un sistema, un metodo che doveva essere rispettato da tutti altrimenti sarebbe stato un caos dove ognuno faceva ciò che gli veniva in mente. Non si può così".

La moglie

"Io quando ho visto per la prima volta Arianna ho pensato subito 'Quanto sarebbero belli i nostri figli!'. Poi abbiamo mangiato con altre persone, siamo andati in una discoteca e una nostra amica comune mi ha detto che lei mi aveva trovato carino. Io così le ho detto di dirle che l’avrei sposata il giorno dopo. E l’avrei fatto! Era il primo febbraio del 1995 quando ci siamo visti. Da allora sono passati 26 anni e non ci siamo più lasciati".

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Il sogno

"Smetterò di lavorare a 75 o 80 anni. Poi vorrei stare vicino alla famiglia con tantissimi nipotini. Io sogno un giorno una tavolata dove c’è vicino a me mia moglie, poi i figli con i loro mariti e mogli e tutti i nipoti".
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