Il paradosso è la notizia: non che l’Inter, largamente favorita, abbia vinto la Supercoppa. Ma che la Juventus - "questa" Juventus, così decimata e così squinternata - l’abbia spinta fino alla roulette di Alex Sandro. Gli indizi conducevano lontano: dallo scudetto che, un maggio fa, segnò il cambio della guardia - dopo nove stagioni di tirannia: mai scordarlo - all’attuale differenza di undici punti (e una partita) in classifica.
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Non ci sono segreti. Se mai, tracce corpose. Steven Zhang si è preso da Andrea Agnelli, amico grande e sincero, il manager della svolta, Beppe Marotta, e, alla memoria, l’allenatore della scossa, Antonio Conte. Non appena il "martello" lo ha mollato, ecco Simone Inzaghi: che sta ai campioni come Massimiliano Allegri al Conte fuggitivo del luglio 2014.
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Zeru tituli?

Per la Juventus si profila un anno a "zero tituli". Sarebbe il primo dal 2011. Ammesso che lo sia il quarto posto, con vista Champions, non rimangono che la Champions sul campo e la Coppa Italia. Il problema è la società. John Elkann vigila perplesso (gentile eufemismo). Andrea ha perso la testa per la Superlega. Morale: addio Superlega, ciao testa. Da Marotta e Fabio Paratici a Maurizio "Arrivamaluccio" e Federico Cherubini il balzo è stato brusco, con l’aggravante di una disponibilità economica ai minimi storici. Per comprare, bisogna vendere: ma chi, dal momento che tutti sono a conoscenza dei triboli, della confusione?

Paulo Dybala, Juventus

Credit Foto Getty Images

A San Siro mancavano fior di colonne: va detto. Non solo: se fu un errore richiamare Allegri - e per il tipo di lavoro in agenda, lo è stato - non si può non rimarcare come da agosto non ci sia più Cristiano Ronaldo e, per l’intero girone di ritorno, non ci sarà Federico Chiesa. Nessun dubbio, inoltre, che fra la rimontona dell’Olimpico e le barricate del Meazza la squadra abbia ritrovato, almeno, quel carattere che spesso, in provincia o con le provinciali, svaniva nell’arroganza. Certo, il gioco è quello che è. E i giocatori, quelli che sono. Una volta, era la rosa di Madama ad aggiustare i risultati. Oggi, è la panchina degli avversari: da una parte, escono le punte titolari ed entrano Alexis Sanchez e Joaquin Correa; dall’altra, fuori Alvaro Morata dentro Moise Kean.
Per tacere del caso di Leonardo Bonucci e della sua baruffa con l’addetto dell’Inter. Al di là della procedura, isterica, non ho capito Allegri: se decide per la mano di poker - di giocarselo, cioè, in funzione dei rigori - non può scivolare sulla buccia di una simile, ridicola, manfrina. Era una finale di coppa, non una riffa oratoriale.

Colpa del tecnico?

La speranza, in generale, è che sia colpa del tecnico. Anche, di sicuro. Ma tutta, uhm: ci andrei piano. E adesso? Non credo che "San Gennaio" porti un’alternativa a Chiesa. L’ideale sarebbe Domenico Berardi, ma neppure le vie del Sassuolo sono infinite. Ci vorrebbero un centravanti da venti gol e un centrocampista di talento. Bene che vada, di Dusan Vlahovic si parlerà in estate. Fermo restando che Morata sognava Barcellona, Arthur sogna l’Arsenal e Paulo Dybala, libero dal 30 giugno, comincia a sognare altri lidi. Allegria.
A nove milioni netti, Allegri vive e insegna un calcio di confine, in bilico perenne tra il rugby (passaggi indietro) e l’attesa. Per indole, molto lascia agli interpreti, il livello dei quali diventa la differenza di tutto, persino delle sue pagelle. Urge come il pane un dirigente alla Giampiero Boniperti: capace, cioè, di affiancarlo e, dettaglio non secondario, di sussurrare allo spogliatoio. Non ne vedo. Era umano che il ciclo prima o poi finisse. Non così, però: per delirio di onnipotenza e mediocrità congenita. E sabato, con l’Udinese, non si pensi a una gita. In questi scorci di estrema emergenza non esiste che una ricetta. Vecchia come il cucco. Giocare con coraggio. Sarà meglio, sarà peggio? Peggio, lo escludo. Il timoniere ci provi.
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