Brutto segno, se per metà partita ti mangi il Milan, non vinci neppure stavolta (già quattro) e becchi l’ennesima rimonta (già tre). Due punti: i primi saranno i (pen)ultimi. Il vangelo non dice proprio così, il campionato sì. Sessant’anni dopo. Oggi la Juventus sarebbe in serie B: sul campo. Mancavano, a Stefano Pioli, il carisma, i muscoli di Zlatan Ibrahimovic e Olivier Giroud. Avremmo scommesso: mai di testa. Difatti: Ante Rebic, di cabeza, su angolo di Sandro Tonali, capace, alla distanza, di rimontare e staccare Manuel Locatelli.
Il Milan non esce ridimensionato, la Juventus non esce contenta. Troppo bella, nel primo tempo. E troppo scarno, l’uno a zero. Subito il gran gol di Alvaro Morata, su contropiede coast to coast e tocco smarcante di Paulo Dybala, poi le parate di Mike Maignan su Morata e Dybala. Allegri aveva azzeccato tutto: 4-4-2 ad assetto variabile, con l’Omarino e Cuadrado a scambiarsi centro e destra, Bonucci incursore, un’attesa mai passiva e un pressing strano, per la classifica che corre e la squadra che cammina(va).
Serie A
Juve-Milan 1-1, pagelle: Morata e Rebic letali. Male Theo
19/09/2021 A 20:55
Di Pioli non ho capito Fikayo Tomori a destra, quasi terzino, vice Calabria. Il k.o. di Simon Kjaer e l’ingresso di Pierre Kalulu lo riportavano nel cuore del fortino. Brahim Diaz guizzava fra le linee, il duello Juan Cuadrado-Theo Hernandez richiamava paragoni omerici. Il mordi e fuggi di Madama, a una velocità fin qui sconosciuta, accendeva la notte. Rodrigo Bentancur e Locatelli contendevano il centrocampo a Kessié e Tonali: e spesso glielo sfilavano.
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Una ordalia gradevole, solcata da ribaltoni salgariani, la Juventus sorniona ma non guardona, il Milan a girarle attorno, Rafa Leao e Rebic a caccia di munizioni. Il problema della Juventus sono i secondi tempi. Come a Udine (da 2-0 a 2-2), come a Napoli (da 1-0 a 1-2). E zero reti, sempre: persino a Malmoe. Bisogna darci dentro per novanta minuti. Piano piano, il Milan ha moltiplicato il palleggio, frutto di una mentalità consolidata; zitti zitti, gli juventini hanno cominciato a flettere, a rinculare, e così i campanili di Giorgio Chiellini, preferito a Matthijs De Ligt, sono sembrati, all’improvviso, non più rintocchi di campane ma trafelati sos. Il manifesto del trasloco tattico.
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Se non proprio il solito Milan, almeno sotto porta, tornava la solita Juventus, tirchia, vulnerabile, distratta. Uscivano Morata e Dybala, Federico Chiesa veniva impiegato (al posto di Cudarado) quando ormai la sfida si era consegnata a un wrestling leggero, confuso. Il Milan a premere, la Juventus a vivere di briciole, di raccordi, forse di ricordi. Dejan Kulusevski alzava polvere, idem Moise Kean.
Con la Juventus sfilacciata (4-3-3 come si sgolava Massimiliano Allegri o 4-4-2 come sembrava? E dove Chiesa: a destra, a sinistra?), il risultato lo salvava Wojciech Szczesny su Kalulu. Il mister ha poi bacchettato sé stesso («Ho sbagliato i cambi, avrei dovuto farli più difensivi», complimenti) e i giovani (Chiesa, Kulusevski: troppo pigri nell’impatto). Rimane il concetto di fondo: Allegri è un grande gestore, non un creatore. E alla Juventus, quest’anno, c’è molto da creare, da insegnare, da correggere. E poco, pochissimo, da gestire.
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Juventus-Milan: numeri, statistiche e curiosità

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