Milan-Juventus era delicata già all’epoca in cui Adriano Galliani e la Triade flirtavano in pubblico come fidanzatini di Peynet e, al buio dei corridoi, si graffiavano come amanti traditi (e traditori). Figuriamoci oggi, prigionieri della fretta di Marco Serra, il vantaggio che, diventato «svantaggio», ha tolto il 2-1 di Junior Messias e innescato l’1-2 dello Spezia, firmato da Emmanuel Gyasi. Il tutto fra il 92’ e il 96’. Parere di chi scrive: più iellato che colpevole, l’arbitro. E comunque: vogliamo parlare del rigore sciupato da Theo Hernandez? In un Paese normale se ne sarebbe discusso a lungo. Non nel nostro: che normale non è.
Dietro l’Inter, 50 punti e una partita in meno, ecco il Milan (48), il Napoli (46), l’Atalanta (42, e una in meno pure lei), la Juventus (41). Lo scudetto è orientato, non rimane che la tonnara della zona Champions. Senza Massimiliano Allegri in panca, Madama ne ha dati quattro alla Roma e quattro, in coppa, alla Sampdoria: il popolo del Web inneggia, giulivo, a Marco Landucci, il fido Sancho Panza che ha sfrattato Don Chisciotte dai mulini sabaudi. Tutto il mondo è Cervantes. Delle ultime otto, la Juventus ne ha vinte sei e pareggiate due. Viaggia un po’ più spedita del Milan, che ha raccolto 5 successi, 1 pari e 2 sconfitte.
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Serie A
Milan-Juventus: probabili formazioni e statistiche
20/01/2022 A 16:05
Stefano Pioli riavrà Sandro Tonali, l’apporto del quale, in coincidenza con le assenze «africane» di Franck Kessié e Ismael Bennacer, risulta ancora più tranciante. Inoltre: è tornato Rafael Leao, mentre si è perso Brahim Diaz. Il problema, a ogni modo, non riguarda l’attacco: Messias a parte, si può sempre scegliere tra Zlatan Ibrahimovic e Olivier Giroud - se non, addirittura, sventolarli entrambi – o rivolgersi a uno sbirro micidiale nel catturare gli episodi: Ante Rebic. I guai zavorrano la gestione difensiva. C’erano una volta Simon Kjaer e Fikayo Tomori. Così come, sul fronte opposto, c’erano una volta Cristiano Ronaldo e Federico Chiesa.

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La Juventus insegue il quarto posto. Il calendario le offre un’occasione, non solo una trappola. Nei panni di Allegri mi affiderei al doppio play - Manuel Locatelli più Arthur – e, davanti, a Paulo Dybala e Alvaro Morata. Il piccolo Sivori: prima o poi ci saremmo arrivati. Gli occhi di bragia dopo il gol all’Udinese, il beau geste (del rigore lasciato al collega) dopo il gol alla Samp. Se è vero che il calcio è lo sport del Diavolo, l’argentino lo dimostri. Sono gli avversari grandi a rendere grandi i bottini, gli scalpi, persino i salari. Le carriere ne sono mappe sincere. Un anno fa, con Andrea Pirlo al timone, furono Chiesa e Weston McKennie, il texano che spacca gli schemi, a domare la notte.

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All’andata era finita 1-1. Contropiede di Morata da area ad area, zuccata di Rebic. Un tempo a testa: più Juventus in avvio, più Milan in volata. Hernandez e Juan Cuadrado scaleranno la trama sospesi fra i burroni delle fasce. Si profila un’ordalia che, gonfia come la rana di Fedro, potrebbe esplodere o implodere in base al tipo d’ingaggio che i duellanti cercheranno d’imporre. In carica dall’ottobre 2019, Pioli ha modellato un gioco preciso, bello, leggero, ostaggio di una rosa che, mutilata, fatica a surrogarne le difficoltà, le pause, le diserzioni. Ad Allegri urge un pieno di coraggio. La ridistribuzione post «cristiana» dei gol è fallita, la squadra vive di fiammate, di secchiate. Ha perso con Empoli e Sassuolo, ha rimontato due reti alla Roma di José Mourinho, ha costretto l’Inter ai supplementari di Supercoppa, deve capire che l’attimo non basta più. Rinviare le sentenze alle idi di marzo sembra quasi un alibi, più che un nodo al fazzoletto. Domenica, ore 20,45, stadio Meazza: il futuro è adesso. E il Milan, di poco, favorito.
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