È nell'ordine delle cose chiudere un ciclo, soprattutto se lungo dieci anni - lo inaugurò Antonio Conte nel 2012 - e foriero di 9 scudetti, 5 Coppe Italia, 5 Supercoppe, 2 finali di Champions. Il problema è «come». La Juventus l'ha chiuso male, da 4 in pagella: quarta in campionato; eliminata negli ottavi di Champions (dal Villarreal); battuta dall'Inter, nei supplementari, sia in Supercoppasia in Coppa Italia. Il vento è cambiato, per la libido dei dietrologi: in passato gli arbitri non cacciavano Miralem Pjanic, oggi non cacciano Marcelo Brozovic. Resta il dato di fondo: lo «zero tituli» del Massimiliano Allegri di ritorno. Peggio di Andrea Pirlo (quarto pure lui, ma Supercoppa e Coppa Italia), peggio di Maurizio Sarri (il nono e ultimo scudetto).
Andrea Agnelli è stato perfetto fino all'avvento di Cristiano Ronaldo, estate 2018. Fu un'operazione anti-storica, visti il costo e l'età (già 33 anni all'epoca); fu, soprattutto, una scommessa. I soldi non sono miei: dunque, evviva. Sarebbe ingiusto fargli pagare gli Adrien Rabiot e gli Aaron Ramsey di contorno. Gli errori cruciali coinvolgono la giostra degli allenatori. Sarri vinse ma non piacque: licenziato. Pirlo, un cerino di neo-guardiolismo subito spento. Allegri, un'ammissione di «colpa». Le quattro stagioni a nove milioni netti l'una ne fanno, a meno di clamorosi ribaltoni, il punto fermo del futuro. Più fermo di Agnelli stesso, e fisso quasi come Maurizio «Arrivamaluccio», il grande tagliatore imposto da John Elkann.
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Che bordello, il mercato. Via Beppe Marotta, via Fabio Paratici. E, a corredo, la pandemia, l'esame farlocco di Luis Suarez, la menata della Superlega, le plusvalenze, l'inchiesta Prisma: non proprio la tela ideale su cui dipingere. Allegri poltriva da due anni. È un preside, non il maestro che serviva. Bocciò Rodrigo Bentancur e Dejan Kulusevski, rianimati da Conte al Tottenham. Gli riconosco le attenuanti, non lievi, del divorzio da Cristiano già ad agosto, dopo la prima di Udine, snodo che lo ha privato di un cannibale da 25-30 gol fino alla 24a., quando è piombato Dusan Vlahovic. E poi il k.o. di Federico Chiesa, fuori dal 9 gennaio, i problemi (con relativi infortuni) a centrocampo, il reparto più devastato rispetto al quadrilatero di Berlino e dintorni: Claudio Marchisio, Pirlo, Paul Pogba, Arturo Vidal. È mancata la bussola: avrebbe fatto comodo persino il Pjanic mezzo scassato del crepuscolo.
L'addio di Cierre mi spinse a sfrattare la Juventus dalla pole. La politica del corto muso ha un senso se cementata da un nucleo che permette di blindare le briciole, in caso contrario diventa una lotteria. Salvo rare fiammate, il gioco è stato di una povertà allarmante. Può essere che chi scrive abbia sopravvalutato la rosa. In campo vanno i giocatori. Diciamo che Allegri, nella migliore delle ipotesi, non è riuscito a toccare i tasti giusti.
Adesso bisogna ripartire. Senza Giorgio Chiellini, guerriero-simbolo (anche all'Olimpico, mercoledì notte) e senza Paulo Dybala, un po' «dottor Divago» e un po' svago. E con nuvole di ambigua lettura: il recupero di Chiesa, il futuro di Matthijs De Ligt, la necessità di ristrutturare le fasce, in balia delle lune di Juan Cuadrado, l'esigenza di un radar e, almeno, di un elemento forte per settore. Si narra di Sergej Milinkovic-Savic, di Nicolò Zaniolo, di Giacomo Raspadori, di Pogba: con quali soldi? Vlahovic, per plebiscito aziendale, sarà la bandiera. Ci sta. A patto che gli si offra uno straccio di pennone. Classe 2000, come Erling Haaland. Occhio: Pep Guardiola, al City, ha voluto il norvegese, non il serbo.

Nicolò Zaniolo esulta dopo un gol segnato durante Roma-Bodo/Glimt - Conference League 2021-22

Credit Foto Getty Images

Ogni volta che si rivolge alla stampa, Allegri non parla mai di «coraggio». Della voglia di averlo, dell'importanza di proporlo per mitigare le torture della manovra. Una squadra con poca qualità e un tecnico pigro, ecco cos'è l'ultima, dignitosa Juventus di Roma. Attacca solo per dovere, mai per piacere. Era in fuga. Dovrà inseguire.
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