A questo punto del safari, con i cacciatori esausti e la preda che si agita fra i cespugli, la mira diventa tutto. Mi perdonerà la confraternita di Arrigo, ma qui è lo scudetto e qui bisogna ghermirlo: non importa come. Milan-Fiorentina è stata battaglia, l’ha decisa un rinvio sbilenco di Pietro Terracciano, domato e tradotto da Rafael Leao, che di gol se n’era già mangiati un paio (come, in un caso, Olivier Giroud). Primo attaccante del Diavolo in doppia cifra, il portoghese. A conferma di un dato inoppugnabile: la rosa dell’Inter era, e rimane, più forte.
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Stefano Pioli è stato bravo a trasformare il futuro in presente. Lascia che Mike Maignan rinvii lungo senza offendersi, o offenderlo; ha affidato le chiavi del centrocampo a Sandro Tonali; continua a centellinare le cicatrici e i tesori di Zlatan Ibrahimovic: prezioso, all’Olimpico, per la sponda del 2-1 di Tonali; sdoganato, a San Siro, poco prima della svolta. Fatica ad alzare la voce, il Milan, ma cerca sempre di governare. Buon segno, la firma di Leao: l’elemento più raffinato, anche se, domenica, non proprio al massimo.
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Reduce da poker dell’Udinese, la Viola di Vincenzo Italiano ha avuto le sue occasioni (la più golosa con Arthur Cabral, sventata da un miracolo di Maignan) e per un tempo è stata all’altezza della trama e delle ambizioni. Salvo calare nella ripresa, sotto la schiuma e le onde della marea avversaria e di un Theo che aveva l’unico torto di voler strafare.

I giocatori del Milan esultano sotto la curva dopo la vittoria sulla Fiorentina

Credit Foto Getty Images

Non mollava il Milan, non molla l’Inter. Passa di slancio a Udine (2-1, capocciata di Ivan Perisic, il più brillante, e tap-in su rigore di Lau-Toro Martinez) e rimanda la sentenza capitale. Ha la miglior difesa e il miglior attacco, eppure deve inseguire. Giocava dopo, sapeva che i rivali avevano vinto, ha domato la pressione, è calata, come a Bologna, ma ha tenuto duro. Tornava Samir Handanovic, e chissà che non abbia riportato la serenità "tradita" dalla papera di Ionut Radu. Rientrava, con il capitano, Edin Dzeko e al posto di Hakan Calhanoglu, squalificato, c’era Roberto Gagliardini.
Se il Milan ha sofferto per sbloccare il risultato, l’Inter, a Udine, ha tribolato - relativamente - per conservarlo. La squadra di Gabriele Cioffi, un mix di tromboni e violini, veniva dal 4-0 del Franchi. In una tonnara del genere le avrebbero fatto comodo la profondità di Beto e le bombole di Jean-Victor Makengo. I campioni hanno offerto la prova di carattere e di gioco, almeno in parte, che chiedeva Simone Inzaghi. Alla ripresa, fra la rete del k.o. sciupata da Dzeko e i "canonici" cambi, qua e là hanno ripreso quota i fantasmi di Bologna, liberati dal guizzo di Ignacio Pussetto. Grossi problemi, però, mai. Morale della favola: lo scudetto resta lì, appeso al classico filo.

Esultanza Lautaro, Perisic, Udinese-Inter, Getty Images

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Venerdì tocca all’Inter, al Meazza, contro un Empoli satollo e anche per questo in picchiata. Domenica sarà il turno del Milan, atteso dalla "fatal" Verona. Ecco allora ribaltarsi gli equilibri psicologici. Persino in Premier se ne fregano della contemporaneità: peccato. Pioli ha il vantaggio della classifica e dei confronti diretti (1-1, 2-1): gli garantiscono il bonus di un pareggio. Non è tutto, non è poco. Inzaghino, lui, gode di un calendario globalmente meno feroce, al netto dell’epilogo di coppa con la Juventus (11 maggio). Cruciali saranno i nervi, oltre che gli organici e le conoscenze tecnico-tattiche. Senza trascurare la fame dei rivali.
Mancano tre giornate, solo tre. Milan 77, Inter 75. Come diceva Yogi Berra, monumento del baseball Usa, non è finita finché non è finita. E credetemi: non è un pronostico vigliacco.
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