Dalle partitissime dell’Olimpico e di San Siro sono usciti la miseria di un gol su azione (Edin Dzeko) e il rigorino di Paulo Dybala. E dal momento che Cristiano Ronaldo ne ha presi cinque, a Old Trafford, dal Liverpool, la domanda è: chi ci ha guadagnato di più fra la Juventus, 13 gol in nove gare, e il Cierre raso al suolo in uno United senza anima?

Deian Kulusevski, Marcelo Brozovic, Inter-Juventus, Getty Images

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L’occasione l’ha persa l’Inter. Troppo tirchia. Stava vincendo di episodio (il tap-in del pivot bosniaco con Madama in dieci per colpa della staffetta tardiva fra Federico Bernardeschi e Rodrigo Bentancur); aveva il derby in tasca; Nicolò Barella e Ivan Perisic mordevano ogni osso. Si è ritirata sotto le tende, ha permesso che la Juventus emergesse dal fumo del suo nulla, il centrocampo inguardabile, Alvaro Morata isolato, idee zero, Dejan Kulusevski su Marcelo Brozovic, mossa che aveva escluso Federico Chiesa. Mah.
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D’improvviso, Simone Inzaghi ha «fatto» Massimiliano Allegri. E se rinculi - contro ‘sta Juventus, per giunta - o vinci o sono polemiche. Naturalmente. Il penalty di Denzel Dumfries su Alex Sandro, sfuggito a Maurizio Marani, recuperato dal Var e trasformato dall’Omarino è uno di quei «rigorini», appunto, che mai darei: come quello di Elsed Hysaj su Barella nell’ultima edizione di Lazio-Inter. Sono dettagli scabrosi e tortuosi da moviola, aiutano a gonfiare il bottino dei gol nei singoli campionati: e, per questo, eccitano Fifa e Uefa. Contenti loro.

Il fallo di Dumfries sanzionato col rigore da Mariani al VAR

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L’Inter può ancora vincerlo, lo scudetto: a patto che, quando trova un accettabile equilibrio, come ieri notte, non licenzi la spavalderia per cementarne gli effetti. Oggi, ha la rosa più forte, non il gioco più brillante, esclusiva di Napoli e Milan. La Juventus, da parte sua, deve imparare a essere meno Cassa di risparmio e più cassa di risonanza. Nell’analisi di venerdì, chiudevo il capitolo dedicatole dopo il quarto 1-0 consecutivo, a San Pietroburgo, con queste parole: «Guai se il prezzo del bunker fosse la prigione del coraggio». Siamo già oltre, temo.
Con l’aria che tira, l’ago della bilancia rimane Dybala. Con Chiesa. La fantasia dell’uno, la velocità dell’altro: sempre che giochi di punta. Non importa se al centro o ai lati.

Paulo Dybala e Federico Chiesa

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Il Milan ha raggiunto il Napoli ma, dietro, i distacchi dalla vetta non sono cambiati: meno sette l’Inter, meno dieci la Juventus. Ecco: il peggiore, al Meazza, è stato Lau-Toro Martinez. Strano. Un guerriero del suo nerbo: stanchezza? Il risultato congela le ambizioni e, soprattutto, i problemi. Se la Juventus è questa - o se non è possibile migliorarla - entrare fra le prime quattro diventerà un’impresa. Inutile girarci attorno. Ricordo gli slogan che circolavano, alla Continassa, dopo la fuga del Marziano: fidatevi, troveremo il modo di spalmare i suoi gol. Per adesso, siamo fermi ai pizzini che da Marco Landucci, vice di Allegri, sono finiti nei calzettoni di Leonardo Bonucci. Avesse detto.
Ricapitolando: ombre a San Siro, più che luci, e quel rigore da Var West (per alcuni, almeno) che ha saldato le briciole di un’ordalia sorda e grigia ai veleni del passato.

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