Lazio-Inter di sabato comincia dall’ultima cena del 26 maggio, protagonisti Claudio Lotito e Simone Inzaghi. Tutto fatto, all’attimo del conto: ancora Lazio, naturalmente. Ma già nella notte, quel «naturalmente» cadde e si ruppe. Inzaghi all’Inter. Beppe Marotta l’aveva sedotto e reclutato. Sarà la prima volta "contro" da allenatore, dopo una Coppa Italia e due Supercoppe. Fra emozioni e vibrazioni il passato non scappa, dal passato non si scappa. La pancia del popolo non ha dimenticato, ma cosa? i valori della fedeltà o la rabbia del tradimento?
Snodo delicato e pericoloso. Il 7 su 7 del Napoli costringe i campioni a non pensare agli «Sceriffi» di Champions (martedì, a San Siro). C’è stata la sosta, con le canoniche transumanze di titolari. I sudamericani sono coloro che angustiano di più, da Lautaro Martinez a Joaquin Correa. Le buone notizie da Buenos Aires hanno per ora congelato l’urgenza del piano B, con Ivan Perisic o Hakan Cahlanoglu pronti a scalare in avanti.
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L’Inter di Inzaghino ha sin qui regalato i primi tempi (Verona, Fiorentina, Sassuolo) per poi impossessarsi dei secondi. Un equilibrio zoppicante, corretto dalle grucce della rosa, dei cambi. Maurizio Sarri, lui, viene dalla resa di Bologna (0-3), successiva al derby vittorioso. Un classico, per la capitale: il primo a Roma, difficile che lo diventi fuori.
La difesa perde lo scudo: Francesco Acerbi, squalificato. L’attacco recupera la spada: Ciro Immobile, 6 gol in sette partite come Edin Dzeko. I capi-cannonieri. Da un lato, Lotito non ha gradito il disastro petroniano: c’è modo e modo di perdere, non quello. Dall’altro, Alexis Sanchez ha comunicato di soffrire la panca: si desse una mossa, invece di fare la vittima.
Inzaghi si è limitato ad adeguare il 3-5-2 contiano ai sentieri di Calhanoglu, il turco tutto luci e ombre. "C’era Guevara", in compenso, ha bisogno di pazienza, l’unica merce che in Italia scarseggia. Sono già dieci, i punti che lo separano da Luciano Spalletti. Piantare il 4-3-3 fra le zolle del 3-5-2 della vecchia gestione, è come seminare in terreni brulli, o comunque diversi.
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La Lazio vanta la peggior difesa delle prime otto (12 reti); l’Inter, il miglior attacco in assoluto (22). Lo zero a zero, in questi casi, costituisce uno scenario remoto. Toccherà a Patric affiancare Luiz Felipe nel cuore del fortino: e dal momento che il «cliente» sarà proprio Dzeko, ex totem della Roma, ecco a voi l’appendice estrema di un derby infinito.
Lucas Leiva e Marcelo Brozovic, i radar a distanza. Luis Alberto e Calhanoglu a raffinare la manovra. Sergej Milinkovic-Savic e Nicolò Barella a inventarsi spazi. Senza trascurare i dribbling di Felipe Anderson. Fasce roventi, portieri sulle montagne russe: Samir Handanovic in rialzo, Pepe Reina in ribasso. La scorsa stagione, all’Olimpico, finì 1-1: Lau-Toro e Milinkovic-Savic.
Sono duellanti che, al di là dei moduli, applicano un calcio «open», Sarri inseguendo l’idea, Simone perseguendo la materia. Era Marcelo Bielsa, e non Inzaghi, il tecnico battezzato da Lotito. Il «loco» rifiutò. E così la storia s’impennò. Si impennerà anche il pronostico? Perché no. Ma dico Inter.

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