Reduce da una stagione complicata con la Juventus e conclusa con zero titoli per la prima volta dopo anni, Mattia De Sciglio ha rilasciato una lunga intervista a Cronache di Spogliatoio, parlando del suo rapporto personale con Massimiliano Allegri e ricordando i suoi anni al Milan dove è stato travolto dalla pressione del calcio dei grandi, passando velocemente dall'entusiasmo per l'esordio alla tristezza per gli insulti da parte dei tifosi rossoneri. Le parole di De Sciglio su mister Allegri:
"Prima di parlarvi di Allegri, voglio dirvi una cosa: non sono il suo figlioccio. Il nostro è uno dei rapporti allenatore-giocatore più iconici degli ultimi anni, ma lui non mi ha mai favorito. Pretende tanto da me, e sono uno di quello che massacra di più. A lui piace dare nomignoli a tutti i calciatori, e quando vuole colpirmi nell’orgoglio mi chiama «Mangia e dormi». Dice che sostanzialmente io mi alleno, mangio e dormo. Stop. Il suo pragmatismo viene visto come un difetto. In tanti si mettono negli occhi il bel calcio, guardano Guardiola e puntano il dito. Secondo me, Pep è una cosa a sé, unico nelle sue idee e nel modo di sistemare la squadra, di inventarsi i ruoli per certi elementi. La gente si è messa in testa che tutte le grandi devono giocare bene. Non voglio prendere le difese di Allegri, è il mio pensiero, ma è una contraddizione. In Italia si tende a guardare il risultato, poi però si parla del bel gioco. E tante volte, le due cose non vanno di pari passo".
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I FISCHI AL MILAN

"Alzo la testa e vedo che sulla lavagnetta luminosa c’è il numero 2. Il mio numero. Non ho molto tempo per realizzare, perché in quel preciso istante 70mila persone iniziano a fischiare. Fortissimo. Non capisco. Sono stato dato in pasto ai leoni. Quella è stata l’inizio della fine. La situazione era già compromessa, ma in quel preciso istante l’acqua ha traboccato dal vaso ed è diventata benzina sul fuoco. I fischi sono talmente forti che non riesco a pensare. Mi sedo in panchina e vengo sopraffatto da vampate di calore, di rabbia. Ribollo. Ero stato gettato nel vortice, messo nel mezzo e dato in pasto ai tifosi per lavarsene le mani. Ero incazzato.
Sono uscito dallo stadio e un tifoso si avvicina all'auto e grida «Quì dentro c'è De Sciglio». Inizia a insultarmi, si crea un capannello di persone. Mio padre scende dalla macchina e prova a calmarli, a fargli capire che non si può mortificare una persona. Niente, iniziano a spintonare. A quel punto non ci ho visto più. Buio, tutto nero. Sono sceso e ho fatto l’errore di reagire. Non sono riuscito a tenermi dentro tutte le emozioni negative che vivevo. Ho sbagliato, ma avevo visto i miei genitori tirati in mezzo a questa storia. Terribile".

IL RISCHIO DEPRESSIONE

"Non ho avuto problemi gravi, tutti stop di qualche settimana: tornavo, e dopo due partite mi fermavo nuovamente. Sono iniziate le critiche della stampa e dei tifosi. Mi hanno ferito, facevano male. Si era creata un’immagine distorta, e anche quando facevo delle partite positive, saltava fuori un pretesto per attaccarmi. Mi sono chiuso in casa. Vivevo in un vortice di pensieri negativi, dove mi sentivo in difetto anche nell’andare a cena con la mia fidanzata a metà settimana, oppure portare fuori mia madre.

Mattia De Sciglio al Milan

Credit Foto Getty Images

"Mi mancava la felicità. Ho sfiorato la depressione, uno stato in cui nessuno si accorge di entrare. Ho imparato a lavorare con la testa attraverso un lungo percorso che mi ha permesso di capire chi sono veramente, e che se sono arrivato a certi livelli è perché me lo merito. Dopo l'Europeo sono tornato ad essere De Sciglio: comunico alla società che non avrei rinnovato il contratto in scadenza. Una scelta sofferta, ma erano successe troppe cose e necessitavo di cambiare ambiente. Poi però leggo «De Sciglio non rinnova perché ha già firmato con la Juventus». Rimango colpito, perché io non avevo ancora sentito nessuno. Ad aggravare la situazione, gli infortuni di Montolivo e Abate fecero cadere la fascia di capitano sul mio braccio. Le mancanze di rispetto erano all’ordine del giorno".
Mi mancava la felicità. Ho sfiorato la depressione, uno stato in cui nessuno si accorge di entrare.

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