"Tiro la monetina: se esce gatto gioca Gatti, se esce cane gioca Rugani”. “Il calcio è semplice, bisogna passarla a quelli con la stessa maglia”. “Gli infortuni? Se succede un infortunio muscolare alla Juventus sembra il giochino delle carte. Ci avete mai giocato da piccolini? Si costituiva il castello poi si sfilava una carta e cadeva tutto”. E poi ancora “Non mi diverto durante la settimana, a me piace la partita” oppure “Mi viene da ridere quando sento parlare di numeri, ai ragazzi bisogna insegnare a non correre all’indietro”. Il repertorio di Massimiliano Allegri è già ampissimo per essere solo la seconda di campionato. Il tecnico della Juventus, infatti, pare già essersi affidato allo schema di sempre, quello che tanto piace a un determinato tipo di pubblico – e di stampa: la battuta.
E’ in quest’ottica di superficialità dell’approccio, di filosofia di calcio, che nascono però i problemi della Juventus. Che sono poi gli stessi di sempre della gestione Allegri; gli stessi che in fondo, nonostante 5 Scudetti consecutivi e due cammini europei che avevano portato la Juventus fino alla finale di Champions, gli erano costati il posto già 3 anni fa: l’assenza di gioco.
Questo voler sminuire i problemi, questa sorta di derisione a chi prova ad avere un approccio più scientifico alla disciplina, a chi si affida alla tecnologia per analizzare movimenti e numeri, a chi ossessivamente parla di “pattern”, di schemi da memorizzare in funzione di poter creare situazioni pericolose, come se fosse un fesso. Il calcio degli ultimi anni invece, soprattutto il calcio di coloro che hanno vinto, specialmente all’estero e in Europa, ha dimostrato di essere materia terribilmente complicata. Disciplina in cui spazio per il qualunquismo ce n’è ben poco.
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Dall’evoluzione dell’approccio imposto dalla rivoluzione guardioliana – trovateci una squadra di alto vertice che oggi non gioca a partire dal portiere – passando per le tecnologie che hanno aperto il potenziale della conoscenza a un pubblico mondiale – basta un account professionale a portali come Wyscout, giusto per citarne uno – e così via dicendo, ci mostrano palesemente una disciplina ben più complicata di quanto ci racconti ogni volta il tecnico della Juventus. Anzi, questo voler ridurre costantemente tutto alla superficialità dell’assunto sulla semplicità del calcio pare ormai palesarsi, invece, come il male primario di una squadra - la Juventus - che dopo un anno di gestione è incapace di costruire la benché minima proposta offensiva che non si ritraduca in uno sterile palleggio basso infinito, successivo lancione o cross dentro.
E’ questa l’essenza dell’Allegri-ball, del “calcio è semplice”: un assunto povero intellettualmente, una proposta non più al passo con i tempi. Ed è in fondo lo stesso tecnico a sconfessarsi, nel post partita di una gara in cui il centravanti della sua squadra, nel primo tempo, aveva toccato meno palloni dei due portieri - 3 nei primi 45 minuti, 9 in tutto al fischio finale – con un laconico primo commento: “Non abbiamo preso gol per due partite”. Come se sopravvivere a Sassuolo e Sampdoria equivalga a farlo a Bayern Monaco o Manchester City.
Perché poi, il problema di fondo, è davvero tutto lì: cosa vuole fare la Juventus, cosa vuole diventare nel suo futuro? Un’industria calcistica d'intrattenimento degna dei top club europei o una “provinciale d’Europa”? Se la risposta è la prima opzione, la direzione Allegri è ormai palesemente incompatibile per tempi e filosofia applicata al calcio. E non è un caso che il tecnico livornese fosse rimasto a piedi in un arco temporale di due anni in cui nonostante un palmares da fenomeno, da vincente assoluto, nessuna big d’Europa che si era ritrovata a cambiare allenatore negli ultimi due anni – Bayern Monaco, PSG, Real Madrid, Barcellona, Manchester United, Tottenham – fosse andata a suonare alla sua porta e l’abbia ingaggiato sul serio (al di là di qualche gossip, che appunto resta tale: mero gossip).
Se la risposta è invece la seconda opzione, ovvero una Juve ridimensionata nelle ambizioni, resta in ogni caso un problema. Perché se è vero che nella rosa dei bianconeri qualche lacuna c’è eccome, altrettanto lo è che da una formazione in cui sono presenti giocatori del calibro tecnico di Bonucci, Locatelli, Danilo, Cuadrado, Kostic, Vlahovic, in cui si è visto Chiesa, in cui è passato Dybala, in cui si troveranno a giocare Pogba e Di Maria, è lecito aspettarsi di più. Attenzione: un “di più” che non significhi affidarsi alla giocata del singolo, alla giornata del campione; un “di più” che preveda una proposta di gioco al passo coi tempi, un’integrazione armoniosa tra idee, schemi e massimizzazione delle qualità tecniche a disposizione. Che ci sono. Eccome. Perché la Juventus non è così scarsa come qualcuno vuole farci credere.
Un concetto, insomma, che vada al di là del mero cortomusismo. Un qualcosa che, Massimiliano Allegri, fin qui, ha dimostrato di non saper fare.

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