E’ l’Inghilterra il vero fronte caldo e la minaccia più concreta alla Superlega. Oltremanica l’annuncio di Liverpool, Chelsea, Tottenham, Arsenal, Manchester United e Manchester City al gruppo degli scissionisti pronti a fondare una nuova competizione ha alzato una levata di scudi generale che merita particolare attenzione.
La reazione della quasi totalità degli altri club di Premier, del primo ministro Boris Johnson, della politica, delle istituzioni ma soprattutto dei tifosi è stato assai più duro che in Spagna e in Italia, dove si è registrato malcontento ma non con la portata e i toni che stanno sconvolgendo in queste ore il suolo di Sua Maestà.
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Le ragioni di questa presa di posizione, così forte e così compatta, sono sostanzialmente due: identitaria ed economica. E l’unione di questi due aspetti sta creando una cassa di risonanza a cui Florentino Perez e Andrea Agnelli dovranno prestare particolare attenzione.

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La minaccia economica: la Premier League è il campionato più ricco

Il punto di vista economico è presto spiegato. A differenza della Liga ma soprattutto della Serie A, la Premier League è IL brand di successo nel mondo del calcio, la lega calcistica più seguita e più ricca del pianeta. Nel bilancio del 2019, quello prima della pandemia e l’ultimo quindi da considerarsi ‘attendibile’ in un’ottica di lungo periodo, la Premier League aveva raccolto ricavi per 5,9 miliardi di euro. Una cifra enorme rispetto agli altri due campionati coinvolti. E se è vero che la Superlega è un prodotto complementare e non alternativo alla Premier League – come spiegato da Florentino Perez – altrettanto lo è che l’intero sistema inglese vede nella Superlega una minaccia alla sua floridità di mercato. La spieghiamo nella maniera più semplice. In una realtà in cui la vendita dei diritti televisivi è andata per la prima volta al ribasso dopo decenni di continua crescita, l’ingresso di un nuovo attore la cui appetibilità è maggiore e i cui costi di acquisizione saranno presumibilmente i più alti di tutti è visto come una minaccia nonostante la complementarità del prodotto (la Superlega è infatti 'calcio infrasettimanale'). Il ragionamento è scolastico: se il bugdet delle TV si sta via-via assottigliando e se il tuo prodotto non è più potenzialmente il più appetibile, il tuo prezzo non può che scendere. Una minaccia diretta, insomma, a quel 'calcio inglese' che dal 1992 era sempre cresciuto senza ostacoli, diventando il campionato di riferimento in tanti paesi del mondo.
La presa di posizione di tutto il mondo dirigenziale e politico è stata così rumorosa e compatta. Persino il primo ministro Boris Johnson, proprio in queste ore, ha dichiarato che: “il governo sarà pronto a intraprendere qualsiasi azione, nessuna esclusa, per bloccare la nascita della Superlega”.
Gli altri club nel contempo hanno reagito in maniera compatta, tra comunicati seri – come quello dell’Everton – che chiedeva azioni concrete anche da parte del governo a sfottò e prese in giro, come quelli sui social di Leeds e Wolverhampton, che si sono presi gioco dei club scissionisti.

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La minaccia identitaria: club e comunità, si rompe il rapporto?

L’altro vero fronte però – anche in questo caso da non sottovalutare – è l’enorme reazione popolare. Mossa da alcuni degli opinionisti più influenti Oltremanica – su tutti l’ex Manchester United Gary Neville – che ha usato parole durissime, l’Inghilterra si presenta come il fronte più caldo in quanto minacciata a livello identitario.
Un valore, quello della connessione tra club locale e la sua comunità, già fortemente minato dalla nascita della Premier League, che ha via-via strappato il gioco dal suo fronte più popolare per consegnarlo a un pubblico più elitario. Questa è stata percepita dai tifosi come l’ultima mossa, una sorta di sopruso ai propri danni che strappa il club dalle proprie radici, dalla propria gente, dai propri luoghi, da quel concetto insomma di People’s game, per consegnarlo a un progetto multinazionale e in qualche modo apolide da cui i tifosi non si sentono più rappresentati. E’ stato soprattutto questo il tenore delle portese di questi giorni. E non è un caso che Liverpool, la piazza in cui questo legame tra club e comunità sia da sempre il più forte, sia stata la prima a esporsi in maniera immediata ed evidente.
https://i.eurosport.com/2021/04/20/3118006.png
Un dato in particolare, da questo punto di vista, può far riflettere sulla differente percezione che c’è stata alla nostra latitudine e quella inglese: ed è nei sondaggi. Nel piccolo, quello che abbiamo raccolto in queste ore sulle pagine di Eurosport, vedeva il pubblico italiano diviso al 64% tra i contrati e il 36% tra i favorevoli alla nascita della Superlega. Lo stesso identico sondaggio, qualche ora fa, sulla BBC, è stato chiuso con percentuali bulgare: 89% contrari, 11% favorevoli.
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Il clima generale creatosi Oltremanica deve dunque spostare l’attenzione della Superlega – o di chiunque sia interessato a capire gli sviluppi di questo progetto – soprattutto lì. A differenza appunto di Italia e Spagna, dove l’impatto sull’opinione pubblica è stato forte ma sembra già quasi essersi assorbito, in Inghilterra la levata di scudi è stata più potente e rumorosa, con più attori coinvolti nel processo e con più interessi economici in ballo. E le potenzialità per far scricchiolare il fronte degli scissionisti sono maggiori. Se non altro per una semplice questione numerica.
Con 6 club coinvolti, un piccolo cedimento da parte di anche solo un attore in causa porterebbe inevitabilmente a una reazione a catena. E nonostante l’irreversibilità del contratto firmato dalle 12 fondatrici della Superlega, da questo punto di vista qualcuno aveva già chiacchierato un ripensamento da parte di uno dei club inglesi coinvolti, salvo poi essere smentito poco dopo da un collega della BBC.
Un segnale comunque evidente di come l’opinione pubblica e mediatica si stia spingendo in una direzione: ostinata e contraria alla Superlega. Dando così la sensazione che se qualcosa succederà davvero, visti tutti gli attori in ballo, visto la potenza della lega (qui un duro comunicato di qualche minuto fa) e dalla federazione, visti i proclami realmente minacciosi del governo, sarà in Inghilterra più che altrove.

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