La Conference League non cambia la storia di José Mourinho: aggiorna e decora, se mai, la saga della Roma, ferma alla Coppa delle Fiere del 1961, torneo a inviti (allenatore, Luis Carniglia). Vi offro alcuni spunti di riflessione.
1) Al di là del muro che divide risultatisti e prestazionisti, l'ordalia di mercoledì ha ribadito quanto resti ambiguo, sottile e viscerale il confine che separa il tutto del successo dal nulla dell'insuccesso. Fra «Grazie Roma» e «Roma, grazie lo stesso» ballano i due pali del Feyenoord e le parate di Rui Patricio.
2) Il voto globale alla stagione della Lupa, un 6 politico, balza così a 8. La Conference League non è la Champions, né l'Europa League, ma neppure una mancia. È quello che può permettersi, oggi, il calcio del campionato italiano. Non è colpa del Vate. È colpa nostra, più ancora che della Macedonia del Nord.
UEFA Europa Conference League
Bagno di folla per il pullman della Roma
26/05/2022 A 19:58
3) Mou è un detonatore. Fa esplodere cuori e pance. Trascina, tracima. Il club che lo recluta diventa la sua vita, non solo il suo mestiere o la sua banca. Roma è piazza complicata, delicata, uterina. José è il marziano di Ennio Flaiano che, sbarcato a Villa Borghese, sembrava aver esaurito credito e fascino (sesto posto in classifica, 11 sconfitte, il sanguinoso 1-6 di Bodo) e invece, quando ormai mamme, papà, pargoli e nonni si stavano interrogando perplessi (tutto qui?), ecco il colpo d'ala, ecco Tirana.
4) Il concetto di finale va rovesciato. Per la Roma, la Roma della famiglia Friedkin, non può che rappresentare un punto di partenza. Zona Champions, Europa League, ambizioni che coincidano con i sogni e non più, semplicemente, fantasie che surroghino gli obiettivi. Per il salto di qualità urgono rinforzi in ogni reparto; oltre alla conferma di Nicolò Zaniolo e al recupero, cruciale e globale, di Leonardo Spinazzola. Leggo della partenza di Henrikh Mkhitaryan (Inter?) e del pressing di Francesco Totti su Paulo Dybala. Perché no. A patto che non comporti il taglio di Zaniolo.
5) Mourinho non ha portato solo propaganda. Ha recuperato Zaniolo, ha imposto Tammy Abraham, ha trasmesso un'anima. Se l'Olimpico era sold out contro il Venezia, figuriamoci in futuro, sotto l'effetto del suo «viagra». I popoli hanno bisogno di un Dio. E se non lo trovano, almeno di un Ego così forte da illuderli. Nelle attese, soprattutto. La Roma romanista l'ha individuato in Mou. Prendete il fado fatalista di Paulo Fonseca e ribaltatelo: vince José, per distacco, per fracasso e per chiappe (dai crociati che bloccarono Zaniolo ai tre infortuni in un tempo che sabotarono le semifinali di Europa League con il Manchester United).
6) In carriera, Mourinho ha raccolto 26 trofei, cinque dei quali internazionali: 2 Champions (Porto, Inter), 1 Coppa Uefa (Porto), 1 Europa League (Manchester United), 1 Conference League (Roma). Ha scelto di essere cittadino «del» mondo, e non, come sir Alex Ferguson, di «un» mondo (Aberdeen a parte): quello, esclusivo, di Old Trafford. Non è intellettualmente pigro come Massimiliano Allegri, capace di rifiutare il Real Madrid (ma si può?), e non è nemmeno un fanatico dell'occupazione militare del territorio come Arrigo Sacchi, Pep Guardiola e Jurgen Klopp. Mou non è una cattedra: è un pulpito. Non insegna: arringa. Gli basta vincere, e pazienza se il modo in cui lo fa non piace a molti. I suoi slogan, più che da guru («Il centravanti è lo spazio»), sono da para-guru («Dov'era Banti?», il varista che, al Franchi, suggerì a Marco Guida il rigorino che avrebbe orientato il 2-0 della Fiorentina).

Roma campione, la cavalcata in Conference League in 220"

È entrato nei libri attraverso le righe dei tabellini, non già per la bellezza delle trame. Al Circo Massimo replicano: embè? Sta lassù, fra gli esponenti sommi del calcio contemporaneo, detestato a Fusignano e a Zemanlandia, amato alla follia dai tifosi che, sudditi devoti, ne venerano persino le topiche. A 59 anni, nessuno sa domare i giornalisti come lui. Sui cui «pullman» spesso ironizziamo, ma sul cui regno continua a non tramontare l'enfasi. Da quando ha preso il volo, nel 2002, ha allenato Porto, Chelsea, Inter, Real, ancora Chelsea, Manchester United, Tottenham, Roma: non ha rivoluzionato il calcio, come Rinus Michels, ma nutrito le bacheche delle società. Solo agli Spurs non ha lasciato tracce. O lacrime. Solo lì.
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