Siamo nei minuti finali di Italia-Svezia (si, quell’Italia-Svezia). Un collaboratore di Ventura si alza dalla panchina, si avvicina a Daniele De Rossi e gli dice: “Dai, scaldati”. Il giocatore della Roma, da sempre particolarmente focoso quando indossa la divisa di club o nazionale, inserisce la faccia cattiva e risponde, in modo più colorito di come lo riporto io, che forse non è il caso che la risposta allo 0-0 sia il suo inserimento. Ventura probabilmente stava pensando ai 21 gol in nazionale del capitano della Roma, che gli hanno permesso di raggiungere l’ottavo posto all-time, però forse andava spiegato all’ex mister del Torino che 21 gol in oltre 10 anni li può fare pure un centrale difensivo.

Continuando nel suo flusso di coscienza, De Rossi aggiunge che, fosse lui il commissario tecnico, metterebbe in campo un giocatore più offensivo. Un giocatore come Lorenzo Insigne. E guarda caso, seduto di fianco al giocatore della Roma, c’è proprio Insigne. È sconsolato. Sta seduto sul frigofero portatile che porta lo stesso sponsor del club, e sulla faccia gli si legge tutta la delusione del mondo. Sa già che non entrerà, perché durante il ciclo Ventura si è scontrato con un problema che affligge molti allenatori: il dogma del modulo. Il 3-5-2 pensato da Ventura nel 2017 non prevede attaccanti esterni o trequartisti. È piuttosto schematico e, ma questo lo sappiamo già, prevedibile.

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17/11/2020 A 14:05

Insigne non entra, la nazionale pareggia e in Russia ci vola una più che modesta Svezia (senza Ibrahimovic).
Oggi, viene facile dire che con Insigne quella Nazionale avrebbe alzato decisamente le proprie quotazioni di vittoria nel playoff e, nonostante non si voglia far passare il giocatore del Napoli come un Messia, la storia recente ci sta dando ragione.
Dopo la recentissima vittoria contro la Polonia di domenica sera, in cui è stato tra i migliori in campo, il giocatore del Napoli si è preso la leadership della squadra. È la guida tecnica di un gruppo moderno, che gioca un calcio propositivo e che vuol tornare a far battere il cuore degli appassionati. Inoltre, è anche diventato un leader emotivo. Proprio nel match contro la Polonia si è reso protagonista in un paio di sguardi al veleno verso gli avversari, come a dimostrare che questa nuova generazione ha un capobranco pronto a proteggerli: un messaggio per sé stesso e per la squadra.
D’altronde, nell’11 sceso in campo nel 2-0 di Nations League, Insigne è sicuramente uno dei più anziani e uno dei più carismatici. Ha avuto una carriera di alto livello, ed ora trasmette tutta la sua esperienza sul campo.

L’ultimo 10

Nel 2015, Lorenzo Insigne è stato intervistato da SkySport. Con tutta la timidezza del 24enne appena arrivato sulla scena italiana, il giocatore napoletano, quasi sottovoce, mangiandosi le parole, diceva di avere Alessandro Del Piero come idolo d’infanzia: “Un grande giocatore ed un esempio per noi giovani: dentro e fuori dal campo”. Fa molto ridere rivedere oggi quell’intervista, con un Insigne così impaurito e timido che messo a confronto con il leone che vediamo oggi sembra quasi un’altra persona. Però, il messaggio chiave dell’idolatria verso Del Piero passa forte e chiaro: “Ho sempre guardato le sue cassette ed è sempre stato d’esempio”.

Il napoletano conferma che, quando va in campo, il suo riferimento è l’ex numero 10 della Juve e della Nazionale. Quella qualità di dialogare con i compagni, muoversi sul fronte offensivo, non dare riferimenti e fornire l’assist giusto, lo affascina. Inoltre, rimane colpito da quel tiro “alla Del Piero” che presto diventerà anche il suo marchio di fabbrica. Autoalimentato da questo passione verso la tecnica offensiva, Lorenzo trova in Zeman l’allenatore giusto per instradarlo nel calcio. In quel Pescara leggendario con Immobile e Verratti domina la Serie B, toccando i 20 gol stagionali. Poi fa ritorno a Napoli, dove ha giocato una parte delle giovanili, e prova a ritagliarsi uno spazietto in prima squadra.

Rafa Benitez è l’allenatore giusto per svezzarlo in Italia e in Europa, ma è Maurizio Sarri che lo porta ad un livello superiore. Non è un caso che quella passione per il calcio offensivo trovi tanti link con il credo calcistico del tecnico ex Empoli. Insigne è perfettamente a suo agio. Segna 20 gol nel 2016-17, ma dall’anno prima va stabilmente sopra i 12 stagionali. Rischia di vincere il campionato italiano in più occasioni, e si consacra come uno dei migliori giocatori italiani. Anzi, forse il migliore di tutti.

Si, perché in questo calcio iper verticale e frenetico in cui la nuova generazione ha prodotto tanti giocatori diretti, veloci, offensivi e fisicamente strutturati, come Lorenzo Insigne non c’è più nessuno. I vari Tonali, Zaniolo e Chiesa sono specie animali molto distanti. Troppo distanti. Forse Domenico Berardi è l’unico che può essere paragonato, ma gli manca l’ultimo gradino nella scala dei grandi calciatori. Insigne è l’ultimo cavaliere Jedi dei numeri 10 del calcio italiano. L’ultimo riconducibile ad un certa scuola che parte da Antognoni (per fare un riferimento vivido a tutti) ed arriva a Totti, Del Piero, Baggio e tutta quella scuola di attaccanti che a cavallo tra anni ’90 e ’00 spopolava in Italia. Zola e Morfeo sono altri due super interpreti del ruolo che, per forza di cose, hanno trovato meno fortuna di quelli citati sopra. Ecco, Insigne è l’ultimo punto di questo elenco lunghissimo.

Nel 2000, quando militava nel Verona, Domenica Morfeo disse, in un’intervista post partita, queste parole:“Ringrazio i compagni che riescono a sopportare una mezza punta come me”. In questo discorso, che risale più o meno a 20 anni fa, c’è dentro tutto il calcio di una volta dove la “mezza punta”, come la chiama Morfeo, non aveva tanti compiti difensivi. Entrava in gioco quando aveva il pallone tra i piedi, ed il suo dovere era sempre quello di verticalizzare, segnare ed essere decisivo. Quello che ha reso unico Lorenzo Insigne, è stata l’evoluzione.

Nel calcio moderno, dove le fasi di pressing e gegenpressing sono alla base di quasi tutte le squadre vincenti, e la condizione atletica incide sempre, sopportare una mezza punta non è più possibile. E non a caso i giocatori alla Morfeo, Zola, Totti, non ci sono più. Non a livello di talento, ma di caratteristiche.
Insigne è la mosca bianca, che ha saputo evolvere e mutare per essere sempre nel cuore del gioco. Anche nel suo periodo più complicato, sotto Ancelotti, dove stava perdendo l’abbrivio dato da Sarri, il cambio con Gattuso lo ha migliorato sotto tutti gli aspetti di difesa posizionale, di abnegazione alla squadra e di sacrificio, rendendolo universale. Oggi Insigne è uno dei migliori giocatore della Nazionale Italiana (forse il migliore), ed è il leader tecnico del nuovo rinascimento italiano tradotto in campo con il gioco e le magliette che portano il nome del più famoso movimento italiano nato prima della guerra. Definirlo “Il Magnifico”, non è lesa maestà.

I 78 tocchi contro la Polonia, con quasi il 90% di precisione, i tre passaggi chiave e l’assist a Berardi ci raccontano di un giocatore completo, bravo a leggere le situazioni e assolutamente devastante con la palla nei piedi. Come con il Napoli, ha installato la zona creativa del campo a sinistra. È da lì che fa partire tutto. Stasera affronterà la Bosnia, a cui ha già segnato due gol, per dimostrare ancora una volta il suo valore. Quello di un giocatore migliorato, che quel 13 novembre è riuscito a metterselo alle spalle.

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