Nel calcio del dopo covid, provvisorio e isterico come il 6-0 della Spagna alla Germania, l’Italia di Roberto Mancini ha colto il messaggio. Le porte chiuse, i contagi, l’anoressia dei bilanci hanno spinto le società, persino le nostre, a liberare i giovani. Non aspettava altro, il ct. Si è buttato sull’idea, l’ha anticipata, l’ha sviluppata. Convocò Nicolò Zaniolo prima che Eusebio Di Francesco, nella Roma, lo battezzasse al Bernabeu.

Gli assemblaggi delle Nazionali, al netto di calendari qua e là oggettivamente obesi, sono diventati più semplici di quelli dei club. Poniamo che una squadra si ritrovi con un focolaio addosso: è successo al Genoa, rialzarsi fu tribolato. Viceversa, quand’anche gli venissero a mancare una ventina di candidati, un "commissario" potrà sempre rimediare allargando il bacino di pesca. E’ la fotografia dello sport attuale, un mondo capovolto.

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Le nostre favorite per gli Europei: Francia in pole, Italia outsider
19/11/2020 A 14:03

Pressing e gioco senza palla: l'Italia di Mancini ha sempre un'identità

Primi con merito, gli azzurri: e così sarà un 2021 pieno, Europeo da giugno a luglio, Nations League a ottobre, qualificazioni qatariote. Il 2-0 di Sarajevo, città martire che segnò la fine dell’era Sacchi, ha ribadito quanto il gioco scorra - chiunque sia in panca a governare: Chicco Evani, 3 su 3, o il titolare - e quanto, soprattutto, abbia aiutato gli interpreti a crescere. L’ultimo passo, che resta il più complicato, tocca a loro. Ma ci sarà tempo per discuterne.

Jorginho su rigore e Domenico Berardi con la Polonia, Andrea Belotti e di nuovo Berardi con la Bosnia. Casa o fuori, il canovaccio non oscilla; in pressing, sempre; recuperi voraci e smarcamenti lesti a dettare il passaggio. Gli avversari non erano d’alto lignaggio, d’accordo, e il balzo estremo andrà pesato su ben altre bilance, ma non è che in passato i materassi ci conciliassero sogni radiosi. Ciò premesso, il ruolino con le grandi o sedicenti tali non va trascurato: una sconfitta con la Francia (1-3), quando però si brancolava ancora nel buio; un k.o e un pari con il Portogallo (0-1, 0-0); 1-1 con l’Ucraina; 1-1, 1-0, 0-0 e 2-0 con i polacchi; doppio 1-1 e 1-0 con l’Olanda. Anche se siamo a buon punto, la strada rimane lunga, tosta.

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Positiva è la scintilla di fondo, dalla quale discende una formazione sempre più riconoscibile e condivisa nei nomi, nelle funzioni e nei ricambi: Donnarumma (Sirigu); Florenzi (Di Lorenzo), Acerbi (Bonucci), Bastoni (Acerbi), Emerson Palmieri (Spinazzola); Barella (Zaniolo), Jorginho (Sensi), Locatelli (Verratti); Berardi (Chiesa), Belotti (Immobile), Insigne (Lorenzo Pellegrini). Le rughe antiche e i muscoli lisi di Giorgio Chiellini fanno meno paura. E occhio a Lorenzo Insigne: a 29 anni, ora o mai più. L’ho ammirato in versione sarriana, non più prigioniero di Gonzalo Higuain e dei suoi 36 gol. E’ l’unica sorgente di fantasia in un contesto molto geometrico che ha in Jorginho il navigatore e in Barella l’acceleratore.

Avventurarsi in previsioni, oggi, sarebbe come brandire un pugno di coriandoli e spacciarlo per un petardo. Non siamo ancora in cattedra, non siamo più dietro la lavagna. La Spagna vinse un Mondiale e due Europei senza un centravanti cannibale. Ma aveva Andrés Iniesta e Xavi. Noi siamo noi: senza blocchi, senza fuoriclasse, senza catene. Felici così.

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