La lezione di talento (e di gambe, persino) inflittaci a Wembley dall’Argentina di Leo Messi, Angel Di Maria e Lautaro Martinez non aggiunge nulla di nuovo al periodo storico da basso impero che stiamo vivendo. E’ la conferma, se mai, che la corona europea dell’11 luglio 2021 concluse un ciclo memorabile e probabilmente irripetibile. Roberto Mancini, con le sue idee, ci portò oltre i nostri limiti. Limiti, però, che sono esplosi piano piano, fino allo scacco matto della Macedonia del Nord, il 24 marzo a Palermo. Per la seconda volta consecutiva fuori dal Mondiale e, salvo i venti minuti delle scaramucce introduttive, in balia perenne dei campioni del Sud America. Superiori in tutto: dal palleggio, e qui parlano i libri, alla condizione fisica, e qui dovremmo parlare noi. D’accordo, siamo a fine stagione, ma un divario così netto, così imbarazzante, non può non sorprendere.
Sabato, con la Germania a Bologna, non solo o non tanto comincia l’ennesima Nations League della quale non si avvertiva l’urgenza. Comincia una nuova avventura. Mettere in discussione il ct non aiuta e non serve. Nessuno ha la bacchetta magica: nemmeno Roberto De Zerbi. Scorticammo Gian Piero Ventura, reo di aver fallito Russia 2018. L’avvento del Mancio ci proiettò in un’altra dimensione e, lì per lì, ci illuse. Il lungo addio di Giorgio Chiellini, 37 anni e 117 presenze, è la metafora che più e meglio di ogni analisi fotografa il passaggio di generazione, di consegne, di ambizioni.

Giorgio Chiellini

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Lo stesso Leonardo Bonucci, a 35 anni, è sceso parecchio di rendimento, nella Juventus e in Nazionale. Idem Jorginho: la torcia che il balzo di qualità e il logorio hanno spento. Arrivederci e grazie. Largo ai giovani, altro non resta. Sul serio, però. Penso a Sandro Tonali, ai due Nicolò (Barella e Zaniolo), a Gianluca Scamacca, ad Alessandro Bastoni, a Lorenzo Pellegrini. Nella speranza di recuperare in fretta Federico Chiesa e Ciro Immobile, Marco Verratti e Leonardo Spinazzola. E con la promessa, da parte del tecnico, di dare una rinfrescata agli schemi. Che il 4-3-3 non diventi una prigione.
L’elenco degli infortunati non giustifica sino in fondo la resa di Londra. Bisogna ripartire. L’importante è che Mancini non abbia smarrito l’entusiasmo che ne fece un commissario innovativo e (abbastanza) alternativo alla tradizione. Gli argentini avevano un sacco di presenze Champions in più dei nostri: un dettaglio non assoluto, ma significativo. E istruttivo. Questi siamo. L’attacco rimane il nervo più scoperto. Zero gol a Belfast, zero con i macedoni, zero a Wembley. Eppure, siamo stati imbattuti per 37 partite e segnavamo a raffica. Troppo spesso abbocchiamo alle sviolinate delle edicole.
Il problema, per chi scrive e per chi legge, è la ripetitività dei concetti, delle diagnosi, in attesa di terapie che sempre invochiamo (più spazio ai bebè italici) e assai di rado applichiamo: dal campionato Primavera alla serie A. I centravanti sono quasi tutti stranieri: si sapeva, e poco cambierà. L’unico argomento che eccita il popolo è il mercato. Gli azzurri (a proposito: che belle maglie) sono tornati a essere l’ultima ruota del carro.
Non smarrire il senso della misura sarebbe già un successo. Viceversa, coltivare ancora una mezza speranza di essere ripescati, stante il caso Ecuador, questo sì rappresenterebbe una cialtronata di cui vergognarsi.

Mancini: "Grazie ai ragazzi per questi anni. Ripartiamo, ma ci sarà da soffrire"

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