È il 1966 quando Hermann Krott e Ton Vissers danno forma alla loro splendida idea. Appassionati di ciclismo e praticanti del pedale, meravigliosamente ispirati dalle corse dei cugini belgi che in quegli anni sono già mitiche, questi due olandesi decidono di regalare al loro Paese una corsa tutta sua. Si chiamerà Gold Race e avrà un titolo nobiliare davanti: Amstel, come la birra che la sponsorizza fin da quella prima edizione. Con un percorso disegnato su fazzoletto di terra, tra strade strette, case di mattoni e le celeberrime côtes, la Classica del nord più giovane è stata teatro di duelli rusticani e finali imprevedibili. Abbiamo scelto di raccontarvi 5 edizioni significative.

Amstel Gold Race

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Il Cannibale tutto solo, avversari dispersi (1973)

Parigi - Roubaix
Da Coppi a Ballerini, da Tafi a Boonen: storie di chi ha domato il pavé e dominato il Nord
12/04/2020 A 13:50
Che Eddy Merckx sia presente nell’albo d’oro dell’Amstel è una certezza che si accompagna alle tasse e alla morte. È anche vero che il Cannibale si è fregiato di questa gara appena nel 1973, alla sua quarta partecipazione. Ma in quell’ottava edizione della corsa, il grande Eddy vince alla sua maniera: da divinità della bicicletta. Centosessanatacinque corridori partono da Heerlen e affrontano freddo, pioggia e vento che quel 7 aprile si abbattono senza pietà sul Limburgo. Merckx attende il Fromberg per attaccare, a 80 chilometri dal traguardo. Non si volta più indietro, né rivede altri atleti fino al traguardo. Nelle precedenti edizioni, l’Amstel si era sempre conclusa in volata o con distacchi nell’ordine della manciata di secondi. Eddy vince con oltre tre minuti sul più immediato inseguitore, il connazionale Verbeeck. Quando arriva è completamente buio e nevischia che è un piacere (si fa per dire). In quella che è tutt'ora l'edizione più lenta della corsa, solo in 28 concludono la gara, mentre Merckx aggiunge un'altra riga al libro dei record.

Eddy Merckx nel 1973: quell'anno vinse Giro, Vuelta, Roubaix, Liegi e Amstel

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Gerrie Knetemann da casa sua (1974)

Per attendere un’impresa del calibro di quella del Cannibale, bisognerà attendere pochissimo. Dodici mesi appena e un protagonista inatteso: Gerrie Knetemann, l'uomo che correva coi Ray Ban. Il nativo di Amsterdam avrebbe conquistato il mondiale quattro anni più tardi al Nürburgring, ma in quel 1974 era neoprofessionista e non aveva ancora vinto una corsa. Chiamatela incoscienza giovanile, chiamatela ispirazione per quanto visto l’anno precedente. L’allora 23enne della Gan-Mercier prende il volo a più di 150 chilometri dal traguardo di Meerssen in compagnia di Hennie Kuiper e Wilfried David. Poi rimane solo e dipinge la prima superba pagina di una carriera speciale. Vince per dispersione: 3 minuti e 21 secondi sul drappello battezzato dal belga Walter Plancakert, arrivato quando Gerrie già non aveva più il fiatone. La folla impazzisce per quel successo e festeggia Knetemann fino a tarda notte. Come? Con circa 150 bottiglie di birra, “una per ogni chilometro di fuga” disse qualcuno. L'amore di Gerrie per questa gara brillerà di nuova luce undici anni dopo, quando a ormai 34 anni si concederà uno splendido bis.

Gerrie Knetemann

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Zanini rompe il ghiaccio (1996)

In principio fu Stefano Zanini. Già, perché l’Amstel sembrava una corsa stregata per l’Italia e nei suoi primi 30 anni di storia eravamo rimasti a secco. A secondi posti, invece, andavamo forte: Moser il primo, nel 1978. E poi ben quattro in cinque anni, con Fondriest, Bugno, Cenghialta e Cassani all'inizio degli anni '90. Nel 1996 la musica cambia. In gara ci sono nomi altisonanti. Dal leader di Coppa del Mondo Museeuw a Miguel Indurain, da Virenque a Bugno e Bartoli. Nelle fasi decisive di gara ci sono tre uomini davanti, Missaglia, Sorensen e Peron, ma a una trentina di secondi scalpita un gruppetto. Da questo, sull’Halembaye, se ne va Stefano Zanini. Nessuno lo tiene e in un paio di chilometri, il corridore della Gewiss si riporta sulla testa della corsa. Ma la gamba è troppo buona per indugiare e sul Saint-Pierre saluta anche i nuovi compagni di fuga, in barba alle sue doti di velocista. Mancano 12 km al traguardo e nessuno lo rivedrà più. Zanini arriva tutto solo a Maastricht e festeggia col segno della croce. La maledizione è spezzata.

Stefano Zanini vince l'Amstel 1996: è il primo italiano a riuscirci

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Le vittorie italiane all'Amstel

Stefano ZANINI1996
Michele BARTOLI2002
Davide REBELLIN2004
Danilo DI LUCA2005
Damiano CUNEGO 2008
Enrico GASPAROTTO2012, 2016

Dal Cauberg a Valkenburg: il bis di Gasparotto

La prima volta non si scorda mai ma la seconda, all'Amstel, è roba per pochi. Sono riusciti a ripetersi Raas (5 successi), Gilbert (4), Merckx, Knetemann, Jarmann e Enrico Gasparotto (tutti a quota 2). E proprio del friulano e del suo splendido bis nel 2016 vogliamo parlare. È sul Cauberg, la cote più attesa, che l'allora corridore della Wanty Gobert costruisce le solide basi per il successo. All'attacco, ma ormai stremato, c'è Tim Wellens. Gasparotto sprigiona i suoi cavalli sulla destra della strada e fa la differenza. Bakelandts rimbalza, Gilbert e Kwiatkowski, ex iridati e ultimi vincitori della gara, sono già naufragati. L'unico che tiene il ritmo è Michael Valgren. Il vantaggio del duo di testa è esiguo ma la strada che porta al traguardo si riduce sempre più e il danese collabora. Anche troppo. Gasparotto sfrutta con astuzia il lavoro del rivale, che dai -1,5 km rimane sempre davanti. Ai 150 metri Gasparotto esce dalla scia e salta Valgren con facilità irrisoria: la volata è una formalità, il bis è servito. E la dedica fa commuovere. Due dita al cielo per ricordare il compagno di squadra Antoine Demoitie, morto tre settimane prima sulle strade della Gand-Wevelgem.

Enrico Gasparotto vince l'Amstel 2016

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Van der Poel e la volata infinita (2019)

L’ultimo re dell’Amstel ce lo ricordiamo nitidamente per due motivi: per mere questioni cronologiche, innanzitutto, ma soprattutto per le modalità con cui Mathieu van der Poel si è divorato la corsa dodici mesi fa. E dire che a due km dal traguardo sembrava una questione tra Jakob Fuglsang e Julian Alaphilippe, abili ad andarsene prima del Cauberg e a consolidare il margine sul Bemelerberg. Succede che i due si guardano, si stuzzicano, addormentano la corsa. Solo che gli inseguitori arrivano a velocità doppia. Kwiatkowski è il primo a rientrare sulla testa, ma è pochi metri più indietro che la corsa salta per aria. Con una forza inaudita, van der Poel lancia la volata nei pressi della flamme rouge. Si trascina dietro un drappello di atleti al limite della resistenza, come marinai aggrappati con ogni forza alle paratie di una nave in burrasca. Impotenti. Mathieu è irresistibile, devastante, disumano. Ai 250 metri chiude il buco coi battistrada e, senza un’esitazione, accelera ancora. Spazza via i tre davanti come fossero polvere e sfreccia sul traguardo nel tripudio generale. Con la mano sul casco, incredulo per la sua dimostrazione di forza. Prima di gettarsi a terra, avvolto nella sua maglia di campione olandese, e piangere di gioia, 29 anni dopo la vittoria di papà Adrie sullo stesso traguardo.

La rimonta pazzesca di van der Poel all'Amstel 2019

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