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Basso: "Doping? Non avevo etica, mi vergogno. Ho fallito come padre e marito"
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Aggiornato 23/02/2025 alle 13:25 GMT+1
CICLISMO - In una lunga intervista al Corriere della Sera, Ivan Basso apre il suo cuore e racconta dettagli molto personali della sua vita di atleta e persona: dall'ascesa alla caduta, passando per quel vincolo che non riusciva a spezzare con la carriera professionistica e soprattutto il momento più buio con quel tentativo di doping mai realizzato, ma che lo rese comunque colpevole.
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Abbiamo rivisto recentemente Ivan Basso alla presentazione del Giro d'Italia 2025: un nome che purtroppo resta spesso legato, più che ai suoi successi sportivi, a quella macchia segnata con la squalifica per doping nel 2006 nell'ambito della destabilizzante "Operacion Puerto". In una lunga intervista del Corriere della Sera, l'ex vincitore del Giro d'Italia, oggi 47enne, si mette a nudo, sviscerando molti aspetti della sua vita sia da atleta, sia privata.
Il ciclismo come terapia per le liti famliari
Basso racconta che "ero figlio unico in una famiglia complicata. Mia madre Nives e mio padre Franco gestivano una macelleria, confondevano vita e lavoro e litigavano tanto e sempre. Non capivo le ragioni delle loro discussioni, ma soffrivo le urla e le parole grosse che volavano per le stanze. Il triciclo prima e la bici poi furono le mie ancore di salvezza: per fuggire le urla andavo in fuga e trovavo la pace girando all’infinito in tondo nel cortile". Poi la consapevolezza:
I miei successi avevano un profondo effetto terapeutico sulla famiglia. Quando i miei venivano a vedermi, cioè ogni domenica, erano felici e non litigavano per giorni.
"La diligenza maniacale nel fare la vita del ciclista che mi ha accompagnato per tutta la carriera nasce inconsapevolmente da bambino per mantenere la pace tra i miei: temevo che se non fossi stato abbastanza concentrato loro sarebbero tornati a litigare. C’è chi comincia a pedalare perché si innamora di una bici bellissima nella vetrina di un negozio; io perché, pur essendo piccolissimo, volevo prolungare all’infinito quella tregua".
Le vittorie e il meccanismo mentale perverso
Dopo l'investitura ricevuta da Miguel Indurain quando era un bambino spettatore di una sua gara, Basso era già in trance agonistica:
Non c’era ostacolo che avrebbe potuto fermarmi. Inconsapevolmente, ero già nel meccanismo. Quale? Quello della ripetitività ossessiva, del sacrificio totale. A otto anni come a quindici facevo già vita monacale, mi privavo di tutto quello di cui si nutre un bambino o un adolescente normale e che lo aiuta a diventare uomo: gioco, divertimento, amicizie. Io pensavo solo a diventare corridore, atleta.
"Vincevo tanto, quasi tutto: persi un titolo mondiale tra gli juniores nel finale per una foratura, ma conquistai quello dei dilettanti arrivando da solo al traguardo. Venivo acclamato, conteso tra le squadre, coccolato dai tifosi. Ero il ragazzo prodigio che stava realizzando il suo sogno".
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Il momento più buio: la squalifica
Si arriva quindi al momento più crucial della carriera: "Contattai un medico spagnolo specializzato in trasfusioni… Vietate? Ovviamente sì. A Madrid mi feci prelevare due sacche di sangue che poi mi sarei fatto iniettare prima del Tour per avere globuli rossi più freschi e andare più forte. Ma in un’operazione investigativa della polizia spagnola trovarono le sacche congelate, mie e di altri, e associandole al Dna nelle banche dati della federazione mi identificarono".
Perché lo fece? "Desiderio sfrenato, incontrollabile di vincere tutto. E consapevolezza che con quel metodo avrei potuto realizzare il sogno. Ero cresciuto in quel modo e nulla avrebbe potuto fermarmi, sapevo cosa stava succedendo ma non volevo rendermene conto. Pensavo di essere nel giusto".
Ma si è mai dopato?
Non ho fatto in tempo. Ma so cos’ho fatto, riconosco le mie colpe, e mi vergogno. Ma ci sono motivazioni più profonde in quello che ho fatto. Come quasi tutti all’epoca, non ero educato all’etica della vittoria e della sconfitta, anzi non avevo nessuna etica. Non pensavo certo di essere nel giusto, ma mettevo davanti al giusto ma anche alla mia famiglia la voglia sfrenata di vincere. Per questo oggi l’etica è la prima cosa che cerco nei miei corridori.
il tumore
Dopo il ritorno alle gare, di nuovo le vittorie prima di un'altra mazzata: il cancro. "Tornare a vincere? Dopo quello che era accaduto, è stato favoloso. Ma la felicità di un successo dura un lampo. Ero uscito dal circolo del doping, non da quello che mi incatenava alla mia prima vita. Nel luglio 2015 sto disputando il Tour del France, a quel punto come gregario di Alberto Contador. Durante la tappa di Pau cado malamente. In ospedale con la Tac mi trovano un tumore ai testicoli in stato avanzato, da operare subito. Senza quell’incidente forse l’avrei scoperto troppo tardi. In quello stesso luogo, undici anni prima, un medico amico mi aveva telefonato dicendo che il tumore al pancreas di cui soffriva mia madre era allo stato terminale. Ho rivisto la mia vita, ho realizzato che un capitolo si stava chiudendo".
La famiglia
Dopo il ritiro, una vita da ricostruire: "Non si spegne una carriera con l’interruttore. Mi sono buttato nell’avventura della squadra a capofitto, con ritmi più serrati di quelli di prima, con il mio vecchio compagno Alberto Contador. Invece degli allenamenti e dei ritiri c’erano viaggi di lavoro, riunioni, contatti con gli sponsor. Prima avevo un team che mi supportava, adesso ero io il supporto. Poi è saltato tutto. Con mia moglie da anni abbiamo in piedi un’azienda agricola, nel Varesotto: coltiviamo mirtilli. L’anno scorso Micaela di punto in bianco mi chiese di sedermi sotto il pergolato e cominciò a parlarmi. È andata avanti due ore, rovesciando la mia e la sua vita senza mai umiliarmi. Alla fine era tutto chiarissimo".
Che cosa era chiaro?
Il mio fallimento come padre e marito. I miei quasi quarant’anni in apnea, le mie mancanze, i miei tradimenti ai doveri della famiglia, la scomparsa di ogni intimità tra me e lei. Ho capito che non avevo mai spento l’interruttore, che ero ancora l’atleta miope, ossessionato dalla voglia di successo che non vedeva altro nella vita. È stato profondo, violento, terapeutico. Ho ucciso l’Ivan Basso atleta e tirato fuori finalmente l’uomo.
E ora che succede? "Mio figlio Santiago è appena passato professionista. Fa il mio stesso mestiere, non veste la maglia della mia squadra, non lo alleno io, si farà strada da solo se ne ha i mezzi. Io e Micaela proviamo gioia pensando che lui lavora in un mondo molto più etico di quello in cui vivevo io, che non ha la minima idea di quello che ci circondava e ci tentava alla sua età ".
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