Nessun altro sport come il ciclismo permette ai tifosi più appassionati e perfino agli spettatori più occasionali una vicinanza così fisica e identitaria con gli atleti. Perché nel ciclismo non c’è un biglietto da pagare e non c’è glamour inteso come privilegio dei ricchi, perché il passaggio del gruppo è, nella sua massima semplicità, un intenso e bellissimo momento di condivisione popolare che trova nel Giro d’Italia la sua massima espressione. Perché il ciclismo è un patrimonio di tutti e così, quanto accaduto ieri sul traguardo di Castiglione della Pescaia, è una ferita non solo per i corridori più coinvolti.
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Sei tappe, tre casi controversi: il primo quando, domenica, una specie di pazzo in fixed-bike ha attraversato il circuito cittadino di Genova provocando una maxi-caduta nel gruppo, il ritiro di Wagner e il ferimento di almeno altri cinque corridori. Il giorno dopo, sulla discesa di Barbagelata, Domenico Pozzovivo perde il controllo della sua bici e cade rovinosamente sull’asfalto: è qui che uno spettatore cerca di rialzare il corridore per spostarlo dalla carreggiata rischiando gravi conseguenze. Il soccorritore aveva buoni(ssim)i propositi e nessuna competenza di primo intervento: fortuna che l’auto medica con a bordo il rianimatore è arrivata dopo pochi istanti.
Giro d'Italia
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Ieri però, sul traguardo di Castiglione della Pescaia, il fatto più grave. Si arriva in volata e per questo gli sprinter in testa al gruppo sfiorano i 60 chilometri orari: Daniele Colli, velocista della Nippo Fantini, ha appena passato il cartello dei -300 metri e, preceduto da una dozzina di corridori, s'apre un varco sulla sinistra, a fil di transenne e con un buon metro libero… Non fosse per uno spettatore che sporge la sua macchina fotografica centrando con il teleobiettivo la spalla sinistra di Colli, che poi dirà: “All’improvviso un oggetto nero”.
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L’impatto è durissimo, Daniele Cade e innesca un incidente di almeno dieci colleghi: sarà lui ad avere la peggio (frattura scomposta dell’omero sinistro e del capitello radiale), sarà l’ultimo coinvolto vicino all’atra transenna, Alberto Contador in maglia rosa, a dare il colpo di grazia a una tappa che fin lì, salvo qualche pericolo ventaglio negli ultimi 10 chilometri, aveva avuto un normale svolgimento da tappa “allenante”. Contador cade sull’anca destra, Van den Broeck gli rovina sulla spalla opposta: Alberto si rialza e sembra illeso, ma quando sale sul palco delle premiazioni appare contratto e non si mette la maglia rosa perché il braccio sinistro gli resta disteso lungo il fianco.
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Non discutiamo qui di cosa vorrebbe dire perdere al Giro d'Italia Alberto Contador, che ha “solo” una spalla sublussata dopo l’uscita dell’omero e stamattina è ripartito bendato da Grosseto, o di cosa ci facesse la maglia rosa così avanti, lì fra i velocisti, a tempo neutralizzato dai meno tre. Parliamo invece di quanto sarebbe impensabile una perfetta messa in sicurezza di 170 chilometri (“media tappa”) di strada o di come sarebbero tristi, oltre che più pericolose per i ciclisti “in gabbia”, transenne di 2 metri sulle linee d’arrivo. Ci sembra del resto evidente che non possano essere additate grosse responsabilità al comitato organizzativo della Corsa Rosa.
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Occorrerà “più semplicemente” sensibilizzare gli spettatori a fronte di queste problematiche: perché nel ciclismo, come già dicevamo, il pubblico è partecipe come in nessun altro sport. Perché il cislismo è lo sport ancora più simile a un lavoro e per questo i corridori, anche i più grandi, vivono tra la gente e sono atleti “umani”: chiunque abbia avuto la fortuna di assistere a un podio firme prima della partenza o a un cerimoniale d’arrivo, sa più di quanto io possa spiegare. Ecco perché il significante, che è il pubblico del ciclismo, è tenuto a ricambiare lo sforzo perché l’arte della bici, dopo così tanti altri errori, non perda perfino il suo valore primordiale di collante del popolo. Che poi non è che qui si tratti di retorica, ma soltanto di cultura civica.
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