"Si istituisce, a somiglianza di ciò che avviene nel Giro di Francia, la maglia rosa, che tappa per tappa del Giro d’Italia sarà indossata dal corridore primo in classifica”. Recitava così uno storico annuncio della Gazzetta dello Sport del 9 maggio 1931, vigilia della 19esima edizione della corsa rosa. Un'idea di Armando Cougner e un colore ispirato al giornale che organizza(va) l’evento, con buona pace della critica fascista che, nel cuore del Ventennio, lamentava mancanza di virilità in quelle tinte. L’uomo più atteso alla Partenza da Milano era senz’altro Alfredo Binda. Insuperabile per chiunque nella tripletta 1927-1929, faceva il suo ritorno al Giro dopo che gli organizzatori l’avevano pagato per non presentarsi nel 1930: troppo forte per chiunque, così non c’era gusto. A capo degli sfidanti c’era un suo coetaneo, un mantovano così possente da meritarsi l’appellativo di Locomotiva umana. Era Learco Guerra, alfiere della Maino, che nonostante un amore tardivo per il ciclismo aveva furoreggiato tra Giro, Tour e Campionati italiani l’anno precedente.

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Giro d'Italia
Giro d'Italia: startlist, ritirati e squalificati dalla Giuria
08/05/2021 A 21:47

Learco Guerra

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L'azione decisiva

In quella Milano-Mantova che battezzava la corsa rosa furono in 109 a prendere il via da piazza Duomo. Duecentosei chilometri nelle terre d’infanzia di Guerra, che tra quei campi pedalava per andare a lavorare solo pochi anni prima. Stavolta era diverso, stavolta faceva parte di una stramba carovana che univa il Paese di città in città, di villaggio in villaggio. E, nell’occasione specifica, c’era in palio il nuovo e ambito simbolo di questo variopinto carrozzone. Una sensazione che lui conosceva, poiché aveva vestito la maglia gialla del Tour per una settimana, l’anno prima. Ma vuoi mettere provarci sulle strade di casa? Guerra aveva un uomo solo in testa da tenere d'occhio in quella tappa così storica: Alfredo Binda, che addobbato nell'iride di campione del mondo, marciava tra le compatte fila verdi della sua Legnano. Tra la folla festante a bordo strada, si capì ben presto che la tappa si sarebbe decisa in volata. Entrando nell'abitato di Mantova, un altro colore entrò nella coda dell'occhio di Learco: l'azzurro della Bianchi, che si giocava le sue carte con il bustocco Michele Mara. Fu lui il primo a partire, con Binda che non si fece pregare. Guerra rispose alla grande. A testa bassa, sprigionò sull'asfalto i muscoli forgiati negli anni da muratore a fianco del padre Attilio. Per gli altri due non ci fu nulla da fare. La Locomotiva vinse alla sua maniera, di tricolor vestito e festeggiato poi in rosa da amici e conoscenti.
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Learco Guerra vince la settima tappa del Giro 1931, la Roma-Perugia

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L'epilogo del Giro

Il Giro 1931 fu un turbinio emotivo per Guerra, fino allo sfortunato epilogo. Il mantuan indossò il simbolo del primato per due sole tappe, prima di naufragare a sei minuti da Alfredo Binda, causa problemi intestinali, e cedere la rosea allo storico rivale in quel di Macerata. Learco non si arrese. Dopo aver vinto le prime due tappe, replicò la doppietta tra Perugia e Montecatini, dove tornò a vestire la maglia del leader, mentre Binda abbandonava la carovana. Ma la sua gloria fini lì. Nella nona frazione, con arrivo a Genova, Guerra cadde e fu costretto al ritiro. Due colpi di scena in fila avevano estromesso i più nobili contendenti, tanto che per un po' si disse che quella maglia rosa fosse fonte di malasorte. La vittoria finale andò al piemontese Francesco Camusso, che beffò i due Luigi, Marchisio e Giacobbe, grazie alla decisiva azione nella discesa del Sestriere, nella penultima tappa. Ma Guerra si consolò con un altro storico traguardo, in quel 1931, dominando la prova iridata di Copenaghen. Per l'agognato successo nella generale del Giro avrebbe dovuto attendere altri tre anni.

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