L’aveva studiato, rincorso, assaporato. Eppure, i sogni in rosa dello Sceriffo sembravano destinati a dissolversi, stavolta per sempre. E dire che quel 1984 era stato ricco di soddisfazioni per Francesco Moser. A gennaio, a Città del Messico, aveva battuto per due volte il Record dell’Ora appartenuto a Eddy Merckx, con migliori attrici non protagoniste quelle ruote lenticolari che ritroveremo più avanti in questo racconto. A marzo, poi, aveva battezzato la Primavera e vinto la Sanremo, spiccando il volo sul Poggio e aggiungendo un’altra celebre tacca nella cintura delle Monumento vinte in carriera. Ma era il 17 maggio che il trentino si preparava alla resa dei conti. Quel giorno, da Lucca, partiva per il suo undicesimo Giro d’Italia. Un percorso disegnato al millimetro per lui, diceva qualcuno, con 85 chilometri a cronometro e un parco salite, tutto sommato, meno spaventoso del solito. Quella corsa rosa si era trasformata ben presto in un duello generazionale. Da una parte lui, in odore di 33esimo compleanno, dall’altra Laurent Fignon, professionista da appena due anni ma già bagnato dalla gloria perpetua del Tour de France, vinto l’anno prima. E, dopo tre settimane di sorpassi, controsorpassi e qualche veleno, alla vigilia dell’ultima tappa il Professore francese cominciava a sentire il profumo dello champagne.
Non credo nei miracoli [Francesco Moser prima dell'ultima tappa del Giro 1984]

Francesco Moser, in maglia rosa, sulle strade del Giro 1984

Credit Foto Eurosport

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L’azione decisiva

Soave-Verona, 42 chilometri di corsa solitaria contro il tempo, ultimo tentativo disperato di rovesciare una classifica che assomigliava tanto a una sentenza. Ottantuno i secondi di margine di Laurent Fignon, che non aveva i cavalli di Moser ma si difendeva egregiamente a cronometro e aveva pure l’inerzia dalla sua. Si erano contesi la maglia rosa fin dalla crono iniziale – vinta dallo Sceriffo – ma sulle ultime montagne il francese aveva rovesciato il rivale, staccandolo sia a Selva di Val Gardena che ad Arabba. Sembrava tanto uno scacco matto. Sarà stata una notte di fantasmi e di pensieri, quella tra il 9 e il 10 giugno 1984 per Francesco da Palù di Giovo. Che alla partenza di Soave, tra un fiume di gente in festa, si mise in testa una sola cosa: disegnare la cronometro perfetta. E così fu.
Non sapevo decidere se mettere su le ruote normali o quelle lenticolari. Mi convinsi a farle montare solo all’ultimo momento del riscaldamento. La scelta fu giusta, perché gli portai via 3 secondi a chilometro. Poi l’ingresso nell’Arena, la gente che scandiva i secondi, infine il boato che celebrava la mia vittoria. [Francesco Moser]
Armato delle fidate ruote lenticolari, inforcò la bicicletta e si fuse con essa. Più che una pedalata fu un volo, accompagnato da un'ideale Cavalcata delle Valchirie. E tanto lui divorava l'asfalto, tanto Fignon si scioglieva. Prima imballato, poi scomposto nel tentativo di recuperare. Dopo dieci chilometri Moser aveva 25 secondi di vantaggio, a metà gara quasi un minuto. Dopo 32 aveva azzerato lo svantaggio in classifica generale. Il trentino chiuse la sua fatica a una media di 50,977 km/h, due minuti e ventiquattro secondi più veloce del rivale. Tanto bastò - e avanzò - per riprendersi il Giro. All'Arena, dove impazzava un tifo da stadio, pubblico e speaker scandirono il conto alla rovescia in attesa di Fignon. E quando il tempo ufficializzò il trionfo di Moser, esplose un boato, come avesse segnato la Nazionale. Ce l'aveva fatta, Francesco, stavolta nessuno poteva portargli via il suo sogno in rosa.
Moser Immenso! [La Gazzetta dello Sport, 11 giugno 1984]

La classifica finale

CorridoreTempo
1. Francesco MOSER (ITA)98h32'20''
2. Laurent FIGNON (FRA)+1'03''
3. Moreno ARGENTIN (ITA)+4'26''
4. Marino LEJARRETA (ESP)+4'33''
5. Johan VAN DER VELDE (NED)+6'56''

L'epilogo del Giro

Dopo 52 giorni complessivi in maglia rosa – solo Merckx e Binda hanno fatto meglio - e 19 tappe vinte, la maledizione era finalmente spezzata. Moser zittì tutti coloro che ritenevano non potesse mai vincere il Giro o chi semplicemente pensava che i suoi giorni migliori per un traguardo così fossero già trascorsi. Stavolta non ci furono i belgi Pollentier e De Muynck, né tantomeno il rivale Saronni a impedirgli di chiudere il cerchio, come successo nelle amare edizioni di fine anni ‘70. Fignon invece, non digerì quell’epilogo. Dall’entourage del francese si levarono accuse di favoritismi, a cominciare da quell’elicottero che avrebbe "spinto” Moser volando dietro di lui verso Verona e "frenato” il Professore, stazionandogli davanti. Il trentino respinse ogni accusa. Il buon Laurent si sarebbe riconciliato con la corsa rosa solo nel 1989, quando vinse su Giupponi e Hamspten. Moser, invece, era ormai in pace con se stesso.

Francesco Moser: "Che onore il record dell'ora nell'84"

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